Quello che l’umano non può mettere in catene

«Emancipazione dell’animalità» di Roberto Marchesini per Mimesis

Oggi più che mai si sente il bisogno di un grande movimento di emancipazione dell’animalità, nostra e delle altre specie. L’animalità va liberata dalle catene attraverso cui la filosofia occidentale ha cercato di contenerla e di svuotarla di significati. L’animalità è stata trasformata in un oggetto da svendere o possedere e non una dimensione di vita dotata di una propria titolarità.

È QUESTO L’INVITO che fa Roberto Marchesini nel suo ultimo lavoro, Emancipazione dell’animalità (Mimesis, pp. 188, euro 18), apice di un percorso intrapreso da tempo che ha portato l’autore a rivoluzionare una serie di concetti filosofici precedentemente considerati consolidati. Attenzione però che una rilettura del testo secondo la sola ottica della filosofia dell’animalità sarebbe al quanto riduttiva essendo, quella offerta da Marchesini, una vera e propria ontologia: l’autore rintraccia nel concetto di animalità un darsi condiviso della dimensione dell’essere, una condizione che accomuna le diverse specie animali, essere umano compreso, su una base ontologica che sta al di là delle differenze adattative.

COME AFFERMA Marchesini «liberare l’animalità non vuol dire togliere le catene al nonno babbuino, nascosto nella cantina del mio essere, o far riemergere il bruto che c’è in noi, lasciandolo vagare per le strade come Mr. Hyde, o, ancora, dar libero sfogo a tutte le pulsioni senza alcun controllo e intraprendere la strada ferina. Emancipare l’animalità significa liberarla da quei pregiudizi che l’umanesimo le ha imposto utilizzandola come concetto controlaterale all’essere umano. Lo stesso termine «emancipazione» porta, infatti, con sé il significato della liberazione di un ente da quello stato di cattività che non gli permette di esprimere in pieno le sue potenzialità». In sintesi, animalità è essere.
CON QUESTO TESTO Marchesini offre alla filosofia la forza di pronunciare termini, quali ontologia ed essere, senza l’imbarazzo di proporre un’operazione arcaica e in antitesi con la «vera» conoscenza. L’autore indica una nuova strada, proprio sulla scorta delle attuali conoscenze scientifiche, sapendole rielaborare e plasmare per offrire importanti indicazioni sul «come funzioni la vita». La mossa di Marchesini è duplice: renderci una dimensione di essere, l’animalità, e sapercela declinare nelle sue caratteristiche. La descrizione che ne rende il filosofo non è poetante, non chiede di abbandonarsi a immaginifiche e laconiche radure bensì segue quella linea tracciata dall’evoluzionismo darwiniano coordinandola con i più attuali studi della genetica.

L’AUTORE evidenzia come la lezione di Darwin e quelle offerte dalla biologia e dalla genetica possano coordinarsi con la visione dell’essere offerta da Eraclito, la stessa che Marchesini sceglie di accogliere: l’essere non si dà come fissità, lo stesso metapredicato è in movimento, non si può pensarlo se non nel suo farsi e disfarsi, nel suo realizzarsi e tradirsi, là dove l’espressione del suo moto è il desiderio. Desiderio è l’altro fondamentale che si libra dalle pagine dell’opera essendo, il desiderio, la natura stessa dell’essere che si esprime nella sua costante instabilità, nella sua fame di mondo.

Altro accorgimento importante per comprendere l’opera è di evitare di interpretare il desiderio – come abitualmente è uso fare – originato da una mancanza (come in realtà ci suggerirebbe la parola stessa formata dal de – prefisso privativo – e siderare – stelle – letteralmente quindi il desiderio sarebbe una mancanza delle stelle). Marchesini è particolarmente chiaro al riguardo: il desiderio non è un moto definito da una povertà, ma prima di tutto è uno stimolo interno da cui prende origine quel rapporto dialettico e connettivo con il mondo.

LA ROTTURA di ogni impianto dicotomico e oppositivo è l’esito offerto dal testo che mostra la forza e la produttività dell’impostazione proposta dal pensiero post-umanista giacché, riposizionando l’uomo nella dimensione dell’animalità senza volerlo porre in un altrove privo di fondamento ontologico, permette di ripensare l’antropologia dalle basi, un’antropologia fondata sulla dimensionalità animale e desiderante dell’uomo e per questo produttiva di nuovi e interessanti esiti.

Per l’ennesima volta Marchesini dimostra quanto abbia ancora da dire la scienza filosofica giacché essa, in passato, proprio a causa di un’impostazione essenzialista e disgiuntiva, ha creato da sola le proprie aporie. Emancipazione dell’animalità spinge a interrogarsi sulla natura stessa della filosofia, sui suoi errori ma anche sulle sue venture possibilità e quindi proprio sulla filosofia come emancipazione.

L’emancipazione dell’animalità va di pari passo con l’emancipazione della filosofia che, affrancandosi dalle vecchie impostazioni, può tornare a liberarsi per essere philo-sophia e, come indica Marchesini, a mostrare la sua natura fedifraga, il suo costante squilibrio, languore e per questo essere-desiderio di sapere. L’emancipazione dell’animalità è forse il più grande traguardo in grado di sussumere ogni altra liberazione e di spezzare ogni discriminazione.

Manuela Macelloni, il manifesto, 19 settembre 2017.
https://ilmanifesto.it/quello-che-lumano-non-puo-mettere-in-catene/

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