Un campo di sogni interrotti. Intervista a Darwin Pastorin

Il calcio giocato sui campi spelacchiati di periferia è la miglior risposta al calcio folle e globalizzato. Darwin Pastorin, cronista sportivo di lungo corso, lodevole per averci risparmiato l’ennesima biografia di una stella del calcio, scrive Lettera a un giovane calciatore (chiarelettere, euro 13,00). Un manifesto del calcio come scuola di vita e l’invito ad abbandonare gli stadi faraonici per tornare sui campi di periferia, perché è lì che si formano i giovani calciatori.

Perché hai scelto un con un giovane calciatore?

Rappresenta il presente e soprattutto il futuro. E’ stato importante accompagnarlo su un campo di periferia, dove ho giocato da ragazzo, ma anche l’occasione per ricordare il mio lungo cammino come inviato della carta stampata, raccontando, attraverso il pallone, non soltanto gli stadi, ma anche le persone, i popoli, le nazioni, cercando di capire le speranze future del calcio, gli acquisti da capogiro, penso a Neymar, al ragazzo Neymar, che forse non c’è più, perché è difficile restare ragazzo se a quell’età hai tutto.

Il tuo giovane calciatore dice al padre: “ Non voglio essere il tuo sogno, ma i miei sogni”.

Ricordo tanti allenatori che hanno deciso di smettere, perché venivano circondati dai genitori, anche i ragazzi soffrivano perché i genitori inveivano contro i figli, vissuto in questo modo il calcio diventa un’ossessione. Racconto la storia di un ragazzo che dice al padre io voglio vivere i miei sogni non i tuoi, abbandona il calcio perché alla fine non poteva sopportare neanche la vista di un pallone.

Da ragazzino provavi emozione per un autografo, oggi c’è lo store?

Quando alla fine degli anni ’80 del secolo scorso mi trasferirono alla redazione di Genova di Tuttosport, decisi di intervistare Fabrizio De Andrè, perché mi parlasse della sua passione per il Genoa, cercai il suo nome sulla guida telefonica, una cosa semplice, e feci una lunga chiacchierata. A Torino nel quartiere Santa Rita, in piazza Montanari, ragazzino suonavo al campanello di Ernesto Castano, un giocatore della Juventus dello scudetto del 1967, salivo a casa sua con il mio amico Giancarlo, mentre sua mamma preparava il tè lui firmava gli autografi e le fotografie. Erano tempi in cui al Filadelfia di Torino o al Combi aspettavi i giocatori, facevi un tratto con loro e firmavano gli autografi, non c’erano selfie, allenamenti segreti a porte chiuse, attese per ore sotto il sole per vedere passare un giocatore. Fuori dal campo Combi, lo store era rappresentato da un signore con un impermeabile consunto, sempre quello in tutte le stagioni, con una valigetta di legno, dentro c’era la magia, gagliardetti, fotografie di riserve, distintivi dell’anno prima. Per noi era la meraviglia, con cento lire tornavi a casa con un buon bottino. Oggi quando metti la caffettiera sul fuoco suona l’inno della squadra del cuore, la maglia è personalizzata, il bavaglino o la vestaglia hanno i colori della squadra, hai tutto, viene meno l’emozione rappresentata dall’attesa, dalla meraviglia, dallo stupore. Per fortuna quando inizia la partita rinasce l’incantesimo.

Darwin Pastorin

La poetica del dribbling ha ceduto al denaro, non ci sono più calciatori poeti ?

Del Piero, alla partita d’addio, a match ancora in corso fece due giri di campo, tutto lo stadio in piedi mostrava le sciarpe tese, tutte e due le panchine in piedi ad applaudire. Lo stesso con Totti, l’ultimo risvolto romantico del calcio. C’è ancora Buffon, ma diventa sempre più difficile raccontare i giocatori di oggi, è difficile raccontare Messi, una volta era più facile raccontare Maradona, è difficile raccontare Cristiano Ronaldo, una volta era molto più facile raccontare Roberto Baggio. Anche l’informazione è cambiata, una volta i cronisti andavano al campo d’allenamento, parlavano con i giocatori quando scendevano dall’auto, dopo gli allenamenti, al telefono, non c’erano gli uffici stampa, i procuratori. Oggi i cronisti sono costretti a seguire i twitter della fidanzata del giocatore, che sulla pagina facebook del calciatore scrive cose che riguardano lei.

Scrivi che sei nato a San Paolo del Brasile, quartiere Cambuci, figlio di emigranti veneti, giocavi con una palla di stracci per strada in un ambiente multietnico. In Italia iI calcio può favorire l’integrazione dei figli dei migranti nel tessuto sociale?

Sono figlio e nipote di emigranti, i primi a partire da Santa Maria di Sala, nel veneziano, furono i miei bisnonni, ancora bambini, alla fine dell’800. E’ difficile rispondere alla tua domanda, oggi nelle grandi città si fa difficoltà a giocare a calcio. Non ci sono i campi, però il calcio rimane ancora una lingua comune, nel quartiere Cambuci giocavo con bambini mulatti, ebrei, musulmani, era una cosa meravigliosa, non importava il colore della pelle o la religione. Il calcio potrebbe ancora svolgere questo ruolo, però bisognerebbe ricominciare a giocare per il divertimento, dovrebbe prevalere l’idea di stare insieme, condividere, allora sì che potrebbe diventare terreno comune per l’integrazione. A volte, però, il calcio diventa follia, lo testimonia l’acquisto di Neymar, mi sembrano assurde quelle cifre.

Rimproveri ai giornalisti sportivi di non occuparsi di ciò che succede sui campi di periferia. Hai coperto posti di responsabilità nella carta stampata e nella Tv, è anche un mea culpa?

I cronisti dei giornali locali scrivono sul calcio di periferia, mi riferisco ai giornalisti famosi, inviati ai mondiali, alla Coppa America, sarebbe importante che ogni tanto tornassero alle origini. Quando ho lavorato in televisione o nella carta stampata, ho cercato di raccontare il calcio delle origini, ho unito sempre il calcio con la letteratura, ho raccontato, come Soriano, “I perdenti vestiti di sogno”. Quello che anch’io non ho fatto è di uscire dai grandi stadi e guardare ai campetti di provincia. E’ stato un mio errore, ma ho cercato di rimediare con Il Giovane Calciatore.

Per combattere i cori razzisti, proponi che allo stadio, tra primo e secondo tempo vi siano brevi letture di pagine di romanzi, poesie e brevi racconti sportivi, come fece Gunther Grass allo stadio del St.Pauli di cui era tifoso. Non è un’idea romantica?

Leggere allo stadio le cinque poesie sul calcio di Umberto Saba, potrebbe essere importante, quelle poesie scaturirono da due partite della Triestina, Saba le vide insieme al giovane Carletto, che lavorava con lui in una libreria antiquaria. Quando Benigni lesse in televisione l’ultimo canto del Paradiso di Dante, ebbe un successo enorme. Quando c’era un solo canale Tv trasmettevano il teatro di Eduardo De Filippo, la gente si appassionava. Se ha funzionato Gunther Grass allo stadio del St.Pauli di Amburgo, perché non provare anche in Italia? Fischiare Saba la vedo dura.

Sei stato amico di Osvaldo Soriano, come nacque quel legame?

Me lo fece conoscere Gianni Minà. Soriano è stata una persona straordinaria, la nostra fu una grande amicizia con lunghe telefonate tra l’Argentina e l’Italia. Ricordo la sua gentilezza, la grande voglia di parlare di calcio, dei suoi Perdenti vestiti di sogno. Una volta mi confidò di voler scrivere il seguito di Triste, solitario y final con protagonista Emilio Salgari, il nostro padre degli eroi, in Sudamerica ancora popolarissimo, e poi un romanzo con Maradona protagonista.

Arpino è stato il tuo maestro?

L’ho conosciuto all’università a Lettere, quando Giorgio Barberi Squarotti fece leggere la trilogia torinese di Arpino, da lì nacque una profonda amicizia. Ho saputo a distanza di anni che fu lui a segnalarmi a Italo Cucci per diventare corrispondente del Guerin Sportivo, nessuno di loro due mi disse mai nulla. Arpino scrisse una lettera a Cucci nella quale diceva: ti segnalo un giovane, talmente bravo che a Torino non troverebbe lavoro. Grazie ad Arpino la letteratura sportiva è diventata di qualità. Nel ’69 decise di raccontare il calcio andando per stadi, dettava a braccio, regalava ai colleghi giornalisti in difficoltà incipit bellissimi, memorabili i suoi ritratti su Gigi Riva, Pietro Anastasi. Peccato che Giovanni Arpino sia stato dimenticato, il nostro è un paese senza memoria.

Pasquale Coccia, il manifesto, 23 settembre 2017.

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