L’essenza della Resistenza

La casa editrice Neri Pozza ha recentemente riproposto un proprio libro pubblicato nel 1955 e scritto da Max Salvadori (1908-1992): Breve storia della Resistenza italiana (Vicenza, 2016, 332 pagg., 16,50 euro). Salvadori è stato un personaggio straordinario. Uomo di pensiero così come d’azione contribuì alla liberazione del nostro paese dal nazifascismo lavorando per il SOE (Special Operation Service), nucleo operativo dei servizi segreti inglesi, fino a diventare ufficiale delle forze armate britanniche. Salvadori proveniva da una ricca famiglia di orientamento liberale e dalla mentalità cosmopolita costretta, nel 1925, a riparare in Svizzera a causa delle aggressioni subite dai picchiatori fascisti. La famiglia di Salvadori faceva insomma parte di quella minuscola frazione dell’élite borghese che si oppose al regime mentre la maggioranza lo sosteneva in nome del pericolo rosso.

Breve storia della Resistenza italiana non conobbe grandi accoglienze né nel 1955 né con la successiva edizione di Vallecchi nel ’74. E il motivo è comprensibile: già a pochi anni dalla fine della guerra era chiaro che uno dei valori fondamentali di tanti partigiani, l’eguaglianza, non avrebbe trovato realizzazione pratica e gli anni ’70 non fecero che confermare tale tendenza nonostante la contestazione giovanile, quella operaia e l’appeal suscitato dal marxismo tra tanti intellettuali. L’interpretazione di Salvadori andava in un’altra direzione e sottraeva alla Resistenza il suo connotato di classe, le sottraeva in sostanza il sogno di una società libera dall’oppressione dei poteri economici e di cui il fascismo era stato il braccio violento. In poche parole si assisteva alla continuità del modo di produzione capitalistico, che a una dittatura ormai inservibile avvicendava un sistema politico pluralista. Per questo e per tanti altri motivi in molti parlarono – e ancora oggi parlano – di Resistenza tradita. Tesi respinta da Salvadori e da Mimmo Franzinelli che ha scritto una lunga, appassionata e documentata Introduzione all’attuale edizione del libro dell’ufficiale di sua maestà britannica. Si tratta di una posizione rispettabile ma difficilmente condivisibile. Tanto più se si tiene conto che l’idea-guida del lavoro di Salvadori consiste nel considerare la Resistenza come un momento particolare della guerra civile “lunga” innescata dai fascisti negli anni ’20 e conclusasi nel ’45 con la rovinosa caduta della Repubblica di Salò.

Dinanzi a questa ipotesi il lettore si aspetterebbe la ricostruzione di venticinque anni di lotta. Invece libro di Salvadori si concentra sulla Resistenza “corta”, quella che va dal ’43 al ’45, limitandosi a collegarla tramite qualche cenno qua e là con la Resistenza “lunga” iniziata nel ’20. Un po’ poco dal punto di vista storiografico. In altre parole, Salvadori sostiene un’ipotesi che nel testo non sembra trovare conferma, seppure va detto che l’autore parla del proprio lavoro come di una testimonianza composta da ricordi personali. Dunque più cronaca che storia. E allora parlare di venticinque anni di guerra civile è assai arduo, anche perché, come colse Togliatti nelle sue Lezioni sul fascismo (Editori Riuniti, Roma, 1970), una caratteristica della dittatura di Mussolini consisteva proprio nel suo carattere di massa, si fondava cioè su un largo consenso popolare. Consenso in parte interessato, in parte spontaneo, in parte estorto, in parte abilmente costruito attraverso i mezzi di comunicazione di massa, in parte ottenuto tramite le numerose organizzazioni fasciste che pianificavano la vita quotidiana degli italiani e in parte anche dai successi del regime.

La posizione di Salvadori è comprensibile. Un liberale a tutto tondo come lui non poteva mettere in discussione le basi del liberismo. Il problema è che tra visione liberale della politica (fondata sulla democrazia parlamentare) e liberismo economico (fondato sul comando dell’impresa privata sul lavoro) esistono contraddizioni che la storia ha dimostrato difficilmente sanabili. Salvadori visse a lungo negli Stati Uniti, dove insegnava all’università. Ebbe dunque modo di vedere che nel secondo dopoguerra le democrazie liberali – in primis gli USA – utilizzarono a piene mani fascisti vecchi e nuovi per reprimere con la violenza più efferata qualsiasi movimento di emancipazione dei lavoratori e dei popoli in ogni angolo del mondo. Ma la guerra fredda giustificava l’abbandono del liberalismo politico. L’Italia, per esempio, dalla fine del secondo conflitto mondiale fino all’implosione dell’URSS ha vissuto nel limbo della democrazia bloccata. Ossia, gli USA avrebbero impedito con ogni mezzo l’ingresso del PCI al governo. Persino del PCI di Berlinguer, che era di fatto un partito socialdemocratico. E così per molti osservatori la grande democrazia d’oltreoceano, in combutta con i fascisti italiani e i servizi segreti deviati, organizzarono la strategia della tensione che costò la vita a parecchi nostri connazionali per non parlare degli effetti politici che seguirono. Aggiungiamo che il Salvadori studioso di cose politiche probabilmente conosceva l’intolleranza del capitalismo a stelle e strisce. Il quale nel corso della sua storia ha impedito con ogni forma di repressione (comprese stragi e omicidi), con ogni forma di arbitrio e di abuso l’affermazione di partiti di ispirazione socialista negli Stati Uniti. Insomma il liberalismo politico inteso come edificio in grado di far convivere diverse ideologie è più un argomento accademico, o peggio ancora di propaganda giornalistica, che una realtà.

Come è noto le interpretazioni della Resistenza sono state molteplici: guerra patriottica, guerra di popolo, guerra civile, guerra di classe e ci fu persino chi parlò di Secondo Risorgimento. Trovare una definizione che racchiudesse l’essenza della Resistenza non costituiva solo un problema teorico ma anche e soprattutto un problema politico. Perché a partire dalla definizione prescelta si poteva stabile se la Resistenza fosse stata tradita o meno. Norberto Bobbio in un articolo del 1966 intitolato “Resistenza incompiuta” scriveva che, se proprio si voleva trovare una “caratterizzazione sintetica, comprensiva, del significato storico della Resistenza e del rapporto tra Resistenza e il tempo presente, non parliamo di Resistenza esaurita (e neppure tradita o fallita), ma di Resistenza incompiuta. Purché s’intenda l’incompiutezza propria di un ideale che non si realizza mai interamente, ma ciononostante continua ad alimentare speranze e a suscitare ansie ed energie di rinnovamento”. Purtroppo Bobbio non tenne conto della natura violenta del capitalismo e nel 2004 – così ci avviciniamo ai nostri tempi – Giorgio Bocca nella “Prefazione” alla riedizione del suo Partigiani della Montagna (Feltrinelli, Milano, 2004), scrisse, riferendosi evidentemente al liberale Berlusconi: “… la Resistenza e l’antifascismo democratico appaiono sempre più sgraditi, sempre più fastidiosi al nuovo potere. Padroni arroganti e impazienti non accettano più una legge uguale per tutti, la legge se la fabbricano ad personam con i loro parlamenti di yes-men”.

Giungiamo così all’oggi e alla riedizione del libro di Salvadori. Nonostante la sua interpretazione della Resistenza sia debole l’operazione editoriale è tuttavia utile perché giunge in un momento storico in cui la memoria della Resistenza è da molti anni sotto assedio da parte di forze politiche, imprenditoriali e mediatiche dedite a liquidarla. Oltre al berlusconismo si pensi al documento del 2013 redatto da una delle più importanti banche del mondo, la statunitense JP Morgan – considerata dallo stesso governo USA responsabile della crisi dei mutui subprime – con cui si esorta l’Europa a liberarsi delle costituzioni antifasciste perché troppo influenzate dalle idee socialiste. Lo stesso documento cita, tra gli aspetti problematici, la tutela garantita ai diritti dei lavoratori. Ieri come oggi il problema è sempre lo stesso: mani libere dell’impresa sul lavoro. Il fascismo di ieri servì anche a questo. E oggi? Oggi il fascismo è stato sdoganato de facto dalle forze che offendono la Resistenza mettendo sullo stesso piano partigiani e repubblichini perché in tempi di prolungata crisi economica e di abnorme crescita delle disuguaglianze sociali i fascisti possono tornare sempre utili per reprimere chi si oppone al neoliberismo.

Patrizio Paolinelli, Via Po cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 30 settembre 2017.

 

 

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