Giornalismo. Tutti i numeri di una crisi in un saggio di Vittorio Meloni

L’inarrestabile crollo di vendite della carta stampata impone al giornalismo di riflettere sempre più su se stesso interrogandosi sul proprio stato di salute, sulle trasformazioni della professione, sulla costante perdita di lettori, sull’avvento della cosiddetta post-verità e così via. Dinanzi alle sofferenze sempre più forti dei giornali e dei media tradizionali Vittorio Meloni – in passato alla guida della comunicazione di grandi gruppi industriali e dal 2005 direttore delle relazioni esterne di Intesa San Paolo – prova a fare il punto della situazione con un agile e documentato tascabile intitolato “Il crepuscolo dei media. Informazione, tecnologia e mercato“, (Laterza, Bari-Roma, 2017, 137 pagg., 13,00 euro).

La riflessione di Meloni prende le mosse dalla crisi irreversibile dell’editoria tradizionale. I dati che l’autore presenta sono davvero impressionanti. Vediamone alcuni. Dal 2007 al 2016 le vendite complessive dei quotidiani sono passate da 5,8 milioni a 3 milioni di copie giornaliere, registrando una contrazione del 48%. Non basta. Oggi tra i giovani in età compresa tra i 14 e i 29 anni la penetrazione della carta stampata sfiora a stento il 30% contro il 44% registrato all’inizio del secolo. Ancora: dal 2007 al 2015 la spesa delle famiglie per libri e giornali è scesa del 39%. E neppure lo sbarco delle testate cartacee sul Web ha contribuito a risollevarne le sorti perché i ricavi pubblicitari stentano seppure a fronte di milioni di click.

Ancora peggio vanno le cose per i periodici: dal 2006 al 2015 i lettori di settimanali sono passati di circa 22,8 milioni a 7,2 milioni (-68%), mentre i lettori dei mensili sono quasi dimezzati (da poco più di 12 milioni a 6,2 milioni). In quest’ultimo ambito resistono i rotocalchi, acquistati per lo più da anziani a bassa scolarità. Si tratta di una platea non molto diversa da quella della Tv generalista. Il cui futuro per Meloni non è affatto roseo a causa dell’avvento dei device portatili (smartphone e tablet) e dello streaming. Mentre in radio, che pure conta una quindicina di operatori leader (che assommano circa 35 milioni di ascoltatori) e oltre duecento emittenti locali, l’informazione è un prodotto del tutto secondario e a farla da padrona è la musica. A quest’altro colpo si aggiunga il fattore più importante: per la carta stampata la costante emorragia di lettori ha comportato una drastica contrazione dei ricavi pubblicitari – ridotti del 60% nel periodo che va dal 2008 al 2015. E persino l’advertising on-line sulle piattaforme dei quotidiani (banner e pop up) sta iniziando a decrescere. Persino la Tv – pur mantenendo saldamente la propria leadership sui vecchi media – vede ridurre sensibilmente i ricavi derivanti dalla pubblicità, passati, tra il 2008 e il 2015, da 4,8 a 3,2 miliardi di euro (-44%).

Quest’insieme di dati basta e avanza per dare il quadro di un doloroso passaggio d’epoca per quanto concerne l’industria dell’informazione e comunque l’indagine di Meloni riguarda il sistema dei media nel suo complesso. Ma pensiamo di non ridurre la portata della sua riflessione se affermiamo che alla fin fine è la stampa il suo principale oggetto di osservazione. E la situazione è questa: a beneficiare della crisi dell’editoria tradizionale è il Web. Non solo: l’industria dell’informazione si trova da tempo in balia dei colossi digitali e in particolare dei social. E’ in questi nuovi spazi che un numero sempre più crescente di cittadini produce e raccoglie le notizie rimpiazzando l’informazione professionale. La regola giornalistica di seguire il flusso di denaro vale ancora, ma stavolta a sfavore del giornalismo vecchia maniera. Nel prossimo futuro sarà la Rete il maggior contenitore di investimenti pubblicitari e si stima che entro il 2019 cresceranno del 72% (quest’anno i soli Facebook e Google rastrelleranno il 46,6 % della pubblicità digitale globale). In virtù di tali proiezioni Facebook ha recentemente proposto agli editori di vendere le news sul proprio social. Se ciò dovesse accadere – e la cosa pare molto probabile – la narrazione giornalistica muterà radicalmente, così come la confezione delle notizie e i modelli di business.

Adattarsi al Web permetterà di mantenere contenuti autenticamente editoriali? Correttamente Meloni non si avventura in previsioni. D’altra parte già oggi sorgono problemi di non facile soluzione quali il diffondersi delle fake news, l’esplosione degli haters, lo stile provocatorio e offensivo di molti post. In ogni caso se si vuol far vivere il giornalismo nell’era digitale le strade indicate da Meloni sembrano essere due. La prima: i giornalisti devono imparare a interloquire col popolo dei social nonostante una larga parte di tale popolo sia insofferente a ogni forma di mediazione per quanto concerne notizie e informazioni. La seconda: la stampa potrebbe rinunciare ai grandi numeri del passato tornando alle origini, tonando cioè a un’informazione destinata a un ristretto pubblico borghese. In questo caso più che i numeri varrebbe la qualità di un’informazione destinata alle classi dirigenti, magari in abbonamento come fa il New York Times. In entrambi i casi, conclude Meloni, con tutta probabilità la missione del giornalismo “non sarà più quella di raccogliere lettori attorno a un prodotto, ma di cercarli ovunque possono essere raggiunti da notizie. Coinvolgendoli nella comunità di interessi. Ricostruendo in forme inedite la frammentarietà del mondo. Certificando il vero, stigmatizzando il falso. Competendo su velocità, credibilità, qualità delle informazioni e delle rappresentazioni”.

Nonostante la precisione chirurgica con cui Meloni affronta i problemi dell’editoria il suo approccio presenta due grossi limiti: è quasi esclusivamente contabile e evita accuratamente di confrontarsi con la questione del potere dell’informazione. Se è vero che l’economia digitale sta travolgendo il giornalismo non è solo all’innovazione tecnologica che si può imputare il suo declino. Solo in un paio di brevi passaggi, peraltro estremamente lucidi, Meloni affronta i problemi della qualità, della trasparenza e dell’obiettività dell’informazione. D’altra parte, a meno che non sia fortemente ingenuo, nessun lettore crede oggi che un quotidiano sia indipendente, mentre è sotto gli occhi di tutti che la rappresentazione della realtà da parte della quasi totalità della stampa è integralmente coperta dalla visione ideologica neoliberista. In altre parole l’industria dell’informazione è corresponsabile dell’affermazione di un pensiero unico volto a favorire le élite economiche (locali, nazionali e internazionali). Per questo motivo la maggior parte della stampa conduce da molti anni e con sempre maggior virulenza una vera e propria guerra mediatica contro i corpi intermedi (movimenti sociali, sindacati, partiti politici) e contro i diritti sociali (lavoro, istruzione, sanità, pensioni, casa) manipolando, distorcendo e talvolta falsificando le notizie. E che dire del giornalismo militante di destra col suo ricorso al turpiloquio, all’insulto, al sessismo, alla gogna mediatica e che semina odio, ignoranza, razzismo mentre da decenni diffonde l’incultura fascista? Si poteva pensare che l’insieme di questi comportamenti – peraltro nettamente contrari alla deontologia professionale insegnata nei corsi di giornalismo – non generasse una perdita di credibilità nei confronti degli stessi professionisti dell’informazione e delle testate su cui scrivono?

C’è poi da registrare l’insano rapporto di una stampa che va a rimorchio della Tv lasciandosi dettare l’agenda degli argomenti da affrontare. Si tratta di un rapporto in parte obbligato perché la Tv è ancora la regina dei media per numerosità del pubblico e per la sua influenza sulla formazione delle opinioni politiche. Ma il rimedio non è certo la trasformazione dei direttori dei giornali e dei loro opinionisti in star del piccolo schermo, spazio dove peraltro si abusa di quella pratica assai discutibile che vede giornalisti intervistare altri giornalisti. Da ultimo ricordiamo che i veri padroni delle notizie sono le concessionarie della pubblicità e le imprese editoriali sotto il loro controllo. Per chiudere, le cause del declino della carta stampata sono indubbiamente molteplici, ma senz’altro la generalizzata rinuncia dei giornalisti alla loro funzione di controllo e critica del potere economico è un motivo di disaffezione di larghe quote dell’opinione pubblica. Lo dico a malincuore, ma basta guardare un qualsiasi Tg o ascoltare un qualsiasi Gr per perdere la speranza in un’informazione plurale. Il problema allora non è quello di salvare la fabbrica del consenso gestendo la transizione digitale con l’obiettivo di cambiare tutto per non cambiare nulla, ma di restituire al giornalismo la dignità perduta.

Patrizio Paolinelli, Via Po cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 7 ottobre 2017.

Via Po del 7 ottobre 2017

 

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