I bambini e l’amore per il sapere

Nicola Zippel ha appena pubblicato I bambini e la filosofia (Carocci, Roma, 2017, 142 pagg., 12,00 euro). Innanzitutto, due parole sull’autore. Zippel è professore di filosofia in un liceo romano, ha insegnato all’università, ha pubblicato saggi sulla fenomenologia e da oltre dieci anni conduce un laboratorio di filosofia nelle scuole elementari della capitale intitolato “L’alba della meraviglia”. Il laboratorio ha formato circa 2mila bambini, si svolge a latere della programmazione ministeriale, è triennale – dalla terza alla quinta elementare – ed è così articolato: cinque incontri con cadenza settimanale di un’ora ciascuno nella terza classe, sei incontri in quarta e sette in quinta.

I bambini e la filosofia è un libro diviso in due parti. Nella prima Zippel polemizza con la celebre Philosophy for Children (P4C) di cui non condivide lo spirito di fondo. Nella seconda propone la sua visione alternativa e racconta come si articolano le lezioni che tiene nelle scuole elementari. Prima di illustrare le posizioni di Zippel occorre ricordare che la P4C è stata elaborata tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso da Matthew Lipman (1922-2010). Il filosofo statunitense insegnò Logica all’università, era di formazione deweyana e molto attento ai problemi pedagogici.In virtù dei suoi interessi Lipman osservò due fenomeni: 1) a scuola i bambini non ricevono alcun insegnamento che li aiuti a ragionare; 2) la carenza logico-argomentativa presente nel mondo degli adulti. Da buon pragmatico Lipman si pose il problema di come superare concretamente tali limiti e diede vita alla P4C. Esperienza pedagogica che ha avuto il merito di superare il pregiudizio secondo il quale la mente del bambino non è in grado di affrontare il ragionamento filosofico.

Alcuni dei principali criteri didattici che ispirano la P4C sono: 1) l’insegnante non tiene una tradizionale lezione frontale ma si pone come un facilitatore (parola-chiave della P4C) che guida, attraverso delle domande, il dialogo dei bambini lasciando spazio ai loro argomenti e ai loro interventi; 2) durante la lezione si lavora con ciò che gli alunni trovano interessante mettendo alla prova affermazioni e giudizi espressi nel corso della discussione; 3) qualsiasi sia il tema affrontato la sua discussione investe soprattutto le regole del ragionamento logico.

A parere di Zippel l’insieme di questi criteri soffre di un problema: la P4C fa filosofia senza insegnarla perché non induce nel bambino “la consapevolezza di appartenere a un’impresa umana storicamente e geograficamente determinata”. Tant’è che uno dei libri con cui Lipman illustra la didattica della P4C, “Il prisma dei perché” (Liguori, Napoli, 2004), consiste in un racconto di pura invenzione in cui tre studenti rappresentano altrettanti modelli di ragionamento trasformando così la filosofia in una sorta di tecnica per imparare a pensare efficacemente.

Per Zippel col metodo di Lipman il bambino non prende “coscienza che tutti i problemi di cui si discute in classe non solo sono nati da domande formulate in alcuni momenti precisi della storia dell’umanità, ma hanno anche ricevuto alcune, precise, risposte. […] Perché i bambini dovrebbero conoscere solo le domande e mai le risposte?”. Proprio per sciogliere questo nodo, a differenza della P4C, “L’alba delle meraviglie” prende le mosse dalla storia della filosofia presentando ai bambini Talete, Pitagora, Confucio, Lao-tse e tanti altri pensatori. Si badi, per storia della filosofia Zippel non intende la successione cronologica dei diversi filosofi e delle loro idee, ma “la cornice storica dello sviluppo delle diverse posizioni filosofiche, che serve per collocarle entro un perimetro storico e geografico definito, il quale non sempre coincide con l’ordine della loro apparizione sulla scena filosofica”.

E’ evidente a questo punto che la differenza tra i laboratori condotti da Zippel e quelli della Philosophy for Children riguarda due questioni essenziali: cosa si insegna e come si insegna a praticare la filosofia. La critica di Zippel alla P4C è radicale e parte da lontano. Parte da Bertrand Russel e più in generale dalla filosofia analitica mettendo in discussione due delle sue maggiori pretese; ossia che l’unico sapere degno di questo nome sia il sapere scientifico e che la logica deve prevalere su tutti gli altri aspetti della filosofia. Tali pretese non determinano solo il modello interpretativo della filosofia ma hanno anche forti ripercussioni sulla didattica. Ed è a questo livello che Zippel distingue nettamente la sua esperienza da quella della P4C. Pagina dopo pagina Zippel prende sempre più le distanze dal metodo di Lipman perché a suo parere la P4C si limita a favorire nei bambini le capacità logico-filosofiche – induzioni, deduzioni, sillogismi – in una prospettiva dove la storia della filosofia non trova posto.

Zippel ribalta la prospettiva di Lipman sostenendo con forza due tesi: 1) è riduttivo identificare la filosofia solo col dialogo e l’argomentazione; 2) l’insegnamento della filosofia destinato ai bambini necessita di un approccio geostorico. Pertanto la sua didattica insiste sulla narrazione degli esordi di due tra le principali correnti storiche della filosofia, quella greca e quella cinese – così come abbiamo visto poco sopra dal parziale elenco dei filosofi trattati nel laboratorio “L’alba della meraviglia”. Cade in tal modo un tacito presupposto della P4C secondo il quale la filosofia è un’avventura intellettuale quasi esclusivamente occidentale. Ma cade anche un’altra premessa non dichiarata: che si possa fare filosofia avendo per oggetto i concetti più che i filosofi che li hanno sviluppati. Come per la P4C anche nel laboratorio “L’alba della meraviglia” insegnare a ragionare è parte integrante dell’attività didattica. Ma perché Lipman e i suoi discepoli fanno a meno del contesto storico in cui sono nate determinate idee? La risposta di Zippel è netta: perché per la P4C l’insegnamento della filosofia ai bambini non ha come obiettivo quello di trasmettere conoscenze (dove, quando, perché e chi ha iniziato a riflettere su determinati problemi) ma competenze (ragionare, argomentare, dedurre, dimostrare e così via). La critica di Zippel alla dimensione astorica ed esclusivamente logico-argomentativa del metodo di Lipman è convincente. La Philosophy for Children non educa alla filosofia, ma a un tipo di filosofa: il pragmatismo. In fondo la didattica di Lipman insegna ai bambini a ragionare solo fino a un certo punto; oltre il quale riflettere filosoficamente è roba per grandi e alla fin fine per un’élite.

Estendendo la critica di Zippel oltre i confini della scuola ci sembra che la P4C abbia come esito finale l’integrazione sociale più che la formazione di cittadini dotati di spirito critico. Con la Philosophy for Children i bambini imparano senz’altro a partecipare a una riflessione dialogica, ma non il pluralismo del pensiero filosofico. Insomma, gratta gratta sotto la P4C viene fuori lo statunitense medio. Tant’è che Zippel si trova a polemizzare, peraltro molto garbatamente, con i colleghi italiani che, da un lato, abbracciano in maniera dogmatica la P4C e, dall’altro, respingono l’idea di insegnare storia della filosofia ai bambini nel timore di indottrinarli. Come se i bambini non fossero già abbastanza indottrinati dalla società in cui vivono e, giusto per dirne una, non siano quotidianamente educati al consumismo dalla pubblicità. Quindi, non solo la P4C ha alle spalle un’idea del pensiero filosofico a sovranità limitata, non solo espelle la storia della filosofia dalla sua pratica didattica, non solo si limita a forgiare nel bambino competenze e non conoscenze, ma impedisce di fatto la formazione di quella che Wright Mills definiva l’immaginazione sociologica, cioè la capacità di connettere la propria biografia con i processi storici. Ancora una volta torniamo allo statunitense medio e purtroppo anche alla sua goffa controfigura qual è ormai l’italiano medio.

Come si vede I bambini e la filosofia stimola riflessioni che vanno ben al di là della pedagogia e per questo motivo la sua lettura è consigliata anche a chi non si occupa di didattica. A ben vedere con la sua piccola guida Zippel pone il lettore dinanzi a un grande problema: la tecnicizzazione dei saperi umanistici. Ossia la funzionalizzazione della cultura a un solo modello di vita e di società.

Patrizio Paolinelli, via Po cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 11 novembre 2017.

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