La perdita di originalità del pop

“L’era pop in cui viviamo è impazzita per tutto ciò che è rétro e commemorativo. Gruppi che si riformano, reunion tour, album tributo e cofanetti, festival-anniversari ed esecuzioni dal vivo di album classici: quanto a passione per la musica di ieri, ogni anno supera il precedente. E se il pericolo più serio per il futuro della nostra cultura musicale fosse… il passato?”. E’ con questo interrogativo che si apre il libro di Simon Reynolds, Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato, (minimun fax, Roma, 2017, 528 pagg., 20,00 euro, traduzione di Michele Piumini, edizione originale 2011).

La domanda è chiara e ben posta. La risposta tuttavia non può esaurirsi nell’alternativa sì/no. Tant’è che occorrono oltre cinquecento pagine per affrontare un problema così complesso. Cinquecento pagine in cui Reynolds dà fondo al suo sterminato repertorio di informazioni prendendo in esame stili e tendenze, generi e microgeneri che si sono affacciati sulla scena musicale da cinquant’anni a questa parte.Nell’Introduzione Reynolds dichiara che il suo libro non è un j’accuse contro il rétro inteso come decadenza culturale. Confessa infatti di setacciare negozi di dischi usati, restare incollato su YouTube e divorare i rockumentari. Attività svolte perché fanno parte del suo lavoro di critico musicale e perché il passato esercita su di lui un fascino particolare. Tuttavia da tempo il pop non fa che riciclare generi del tempo che fu e sembra non avere più un futuro. Dunque se il rétro presenta aspetti positivi ciò non toglie che per Reynolds sia “imperfetto e disdicevole”. Questo tormento percorre tutto il libro. E seppure il giudizio di Reynolds pende nettamente a favore di una critica alla museificazione della cultura pop il tormento non trova pace, per meglio dire, non trova soluzione. Retromania si presenta dunque come un lungo grido di dolore per un panorama musicale ormai incapace di esprimere vere novità. Ormai è tutto un revival, ristampe, remake e ricostruzioni.

A proposito di musei esemplare è la descrizione della visita di Reynolds al British Music Experience, il grande museo rock del Regno Unito dove tra l’altro fanno bella mostra di sé i cimeli del mondo pop e rock inglese: strumenti musicali, abiti di scena, poster di concerti, spartiti, copertine di dischi e feticci vari come la benda nera di Johnny Kidd dei Pirates. Progettato a imitazione del cyberspazio, l’Experience appare all’autore di Retromania come un museo in versione Web 2.0, ma alla fin fine la sensazione è quella di trovarsi all’interno di un museo tradizionale. Perché museo e pop non vanno d’accordo? Per diversi e oggettivi motivi. Ad esempio, il museo è progettato per lo sguardo contemplativo, i suoi spazi sono dominati dal silenzio e la musica non vi ha diritto di cittadinanza. In poche parole, “il museo – luogo di pacifico riposo per le opere d’arte che si ritiene abbiano superato la prova del tempo – si contrappone alle energie vitali del pop e del rock”.

Sicuramente molti di coloro che si occupano d’arte e musei non sarebbe d’accordo con questa affermazione, ma non è questo ciò che importa. Quello che è interessante dell’affermazione di Reynolds è il richiamo alle energie vitali del pop e del rock. In cosa consistono tali energie? In termini musicali (e non solo) in sperimentazione, innovazione, gesti di rottura: “Il rock (al pari della critica rock) ha sempre tratto vigore e capacità di analisi dall’essere contro”. Già. Ma contro cosa? Contro chi? Reynolds non risponde. O meglio le risposte che dà sono alla fin fine interne al mondo della musica e quando tenta incursioni storiche o filosofiche non si ottengono grandi risultati. Nonostante Reynolds si presenti come uno storico la storia sembra fare solo da sfondo. Ci sembra che uno dei limiti del libro di Reynolds sia proprio quello di non mettere in discussione l’oggetto della sua indagine. Di non osservarlo cioè in maniera adeguata all’interno dei processi storici più complessivi. Ad esempio il trionfo del liberismo a partire dagli anni ’70 del secolo scorso fino alla dittatura del mercato sulla società nella quale ci troviamo attualmente. Dinanzi al trionfo di questa dittatura non è naturale che il mondo pop sia diventato una fabbrica di divetti e divette di plastica?

E se fosse che il capitalismo nella sua furia distruttiva abbia sfruttato la cultura pop fino a esaurirne ogni vena creativa? E se fosse che viviamo in un eterno presente funzionale a una società sempre più diseguale? E se fosse che con la retromania gli imprenditori risparmiano sugli investimenti? Ecco, uno dei meriti principali del lavoro di Reynolds è quello di condurre il lettore a porsi questi interrogativi.

Per quanto Reynolds tenti occasionalmente di assumere un atteggiamento contrario, in definitiva Retromania affronta la storia della cultura pop come un movimento centripeto il cui contatto con la società è sussidiario. Altrettanto occasionalmente in passato Reynolds aveva utilizzato concetti provenienti dalla Scuola di Francoforte e dal marxismo. In questo suo lavoro di tali concetti non c’è traccia. Per esempio Adorno è citato due volte. Una en passant e un’altra per cestinarlo. Il che è in linea col pensiero unico oggi dominante mentre Retromania abbonda di termini quali ribellione e rivoluzione. Da parte di chi? Di gruppi musicali. Caspita che rivoluzione! Banche e multinazionali tremano. E comunque ribellione e rivoluzione sono controbilanciate da strizzate d’occhio allo Star System. Per esempio Lady Gaga è nobilitata come una “diva cyborg”. Il che francamente fa sorridere. E non è una questione di differenti gusti estetici. Lady Gaga è un prodotto di fabbrica mediocre e volgare destinato a un certo tipo di pubblico. E’ insomma il prodotto dell’industria dello spettacolo per un intrattenimento di bassa lega.

In estrema sintesi Reynolds sostiene che con la retromania il pop ha perso la sua capacità innovativa trasformandosi in un ruminante che mastica vecchie glorie. Ma non è possibile un’altra lettura del fenomeno? E cioè che il pop sia da moltissimi anni un anestetico sociale utilizzato dal potere politico-economico per tenere sotto controllo masse sterminate di persone e in particolare di giovani? Un gigantesco sfogatoio collettivo che non esce da recinti ben precisi in cui la trasgressione è permessa purché non tocchi minimamente consolidati assetti sociali e anzi alla fine li rafforzi? Probabilmente Reynolds non sarebbe d’accordo neanche con domande di questo tipo. Il che è comprensibile perché se è vero che la cultura pop è ossessionata dal passato Reynolds è ossessionato dal futuro: “da bravo modernista inveterato cresciuto durante un periodo di vigoroso rinnovamento (il post-punk) e in seguito fan entusiasta e paladino critico di un altro (il rave), troverei difficile rompere l’abitudine di una vita, sbarazzarmi del “domani”. Abbandonarlo significherebbe arrendermi, imparare ad accontentarmi”. E per continuare a sperare in un domani ricco di novità musicali a chi si ispira Reynolds? Tenetevi forte cari lettori: a Filippo Tommaso Marinetti. Ogni commento è superfluo.

Patrizio Paolinelli, via Po cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 25 novembre 2017.

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