Convivere con le alluvioni

Renzo Rosso ha appena dato alle stampe Bombe d’acqua. Alluvioni d’Italia dall’unità al terzo millennio (Marsilio, Venezia, 2017, 278 pagg., 23,00 euro). L’autore insegna costruzioni idrauliche e marittime e idrologia al Politecnico di Milano. In quanto studioso delle masse d’acqua presenti sul pianeta Terra il suo libro rappresenta per così dire la voce della scienza sul sempre più preoccupante fenomeno delle alluvioni che colpiscono il nostro paese e più in generale sui cambiamenti climatici. Il lettore non si aspetti però una pesante, specialistica e distaccata trattazione di questi argomenti. Al contrario, Bombe d’acqua è un libro scritto da uno scienziato che interroga la storia, la politica, la pubblica amministrazione, il potere economico e per farla breve la società italiana nel suo insieme.Dalla ricostruzione di Renzo Rosso il quadro che ne esce non è confortante, a iniziare dalla stessa espressione “bombe d’acqua”. Una semplificazione giornalistica – dovuta alla frettolosa traduzione del termine inglese cloudburst – nata in occasione del nubifragio che colpì la Versilia nel 1996 e che Rosso bolla così: “Bombe d’acqua sono i gavettoni di ferragosto sulla spiaggia”. Sul piano scientifico e su quello morale meglio sarebbe parlare di “meteore”. Sostantivo utilizzato nel 1882 da Mary Shelley (autrice di Frankenstein, il moderno Prometeo), testimone della terribile piena che quell’anno devastò la bassa valle del Bisagno nei pressi di Genova.

La polemica di Renzo Rosso non è affatto nominalistica. Al contrario è molto concreta perché in relazione ai nomi che assegniamo alle cose ci avviciniamo o meno alla verità. E l’espressione “bombe d’acqua” ci allontana dalla realtà del fenomeno che interpretiamo. In questo caso si evoca l’idea di una natura in guerra con l’umanità. Mentre la questione è molto più complicata ed è fuorviante risolverla in una sorta di relazione amico-nemico: la natura è amica quando si presenta sotto forma di spettacolare o bucolico paesaggio mentre è nemica in caso di alluvioni, terremoti, cicloni e così via. A essere maligni – aggiungiamo noi non Renzo Rosso – con la formula “bombe d’acqua” la stampa assolve il modello di sviluppo economico dominante allontanando l’opinione pubblica dall’individuare in questo stesso modello uno dei massimi responsabili del dissesto ambientale nel nostro paese e indirizzando tutta la responsabilità sulla politica, sulla pubblica amministrazione, sui singoli individui come nel caso dell’abusivismo edilizio. Ma a parte la reticenza della stampa attribuire alla pioggia per quanto intensa gli effetti di un bombardamento significa non affrontare in maniera razionale il problema delle alluvioni e più in generale delle catastrofi naturali. Occorre mettere ordine ed è quello che tenta di fare Renzo Rosso col suo libro.

Per prima cosa va preso atto che il clima terrestre muta continuamente e che l’intera storia dell’umanità è segnata da profondi cambiamenti climatici. Tanto per dirne una: “dalla metà del Cinquecento in poi gli episodi alluvionali segnalati in Italia sono meno evidenti e rovinosi che nei secoli precedenti”. Tuttavia, se questo non ci consola e se è pur vero che il clima è sempre cambiato, è altrettanto vero che negli ultimi duecento anni si è assistito a un’accelerazione di tali cambiamenti e la causa di tale accelerazione è dovuta all’antropizzazione sempre più spinta del pianeta. L’influenza dell’uomo sul sistema climatico è da tempo acclarata. Basti solo pensare alle crescenti concentrazioni di gas serra nell’aria; concentrazioni che sono tra le maggiori responsabili del riscaldamento globale. Purtroppo la ragione scientifica può poco contro la ragione economica ed è di drammatica attualità la politica dichiaratamente antiambientalista dell’attuale governo statunitense.

Ma per restare a casa nostra la cronaca di Renzo Rosso si può compendiare con le sue stesse parole: “Dall’unità in poi, ogni alluvione di qualche gravità ha avuto un esito certo: la nomina di una commissione tecnica o amministrativa, regionale o ministeriale o parlamentare”. Il che non significa che non si sia fatto nulla. Ma molto poco rispetto ai problemi idrogeologici che nel corso del tempo si sono accumulati nel nostro territorio. Mentre in alcuni casi il rimedio è stato peggiore del male come quando si è intervenuti con la copertura dei fiumi. Lo stato dell’arte è dunque estremamente preoccupante. L’Italia fatica a prendere coscienza della sfida meteo-climatica e, denuncia Renzo Rosso, al di là degli annunci non è mai stato adottato un piano energetico nazionale. Nonostante i disastri idrogeologici che nel corso della nostra storia unitaria dal Polesine arrivano fino a Genova passando per l’alluvione di Firenze, un progetto di difesa del suolo non è mai veramente partito. Ancora oggi il dissennato consumo di suolo non è percepito come un danno. Il che segnala un problema culturale per la cui soluzione occorre molto tempo.

Nell’attesa come ci regoliamo con le alluvioni? In proposito Renzo Rosso è molto chiaro: non esiste una soluzione né immediata né definitiva. Pertanto, da un lato con i nubifragi, o meteore che dir si voglia, dobbiamo imparare a convivere; e, dall’altro, è necessario essere consapevoli che non tutti i danni derivanti da decenni e decenni di sfruttamento intensivo del suolo sono riparabili. Un’iniezione di realismo che fa piazza pulita della cosiddetta “messa in sicurezza” del territorio. La quale non può mai essere definitiva. Se all’adattamento alle alluvioni a cui Renzo Rosso ci invita si aggiunge l’avidità, l’irresponsabilità e persino la stupidità delle classi dirigenti italiane così come illustrato con dovizia di particolari in tante pagine del libro, il lettore potrebbe essere indotto a cadere in un facile pessimismo. Niente di più sbagliato. Bombe d’acqua non è un libro pessimista e neppure ottimista. Più concretamente invita il lettore a prendere atto che nel nostro paese il rischio alluvionale si può mitigare ma non eliminare. E come si può mitigare? In chiusura del suo lavoro Renzo Rosso avanza una serie di azioni possibili. Ne segnaliamo tre. La prima, dinanzi a un evento meteorologico estremo anziché chiedersi se è stato causato dal cambiamento climatico è più utile porsi un altro interrogativo: “Quanto è più probabile che questi eventi accadano in un clima che cambia?”. La seconda, fare manutenzione, manutenzione e ancora manutenzione del territorio. La terza, mettere un freno al consumo del suolo. In definitiva con le alluvioni dobbiamo sì convivere, ma intelligentemente.

Patrizio Paolinelli, via Po cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 2 dicembre 2017.

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