Una vita colonizzata oltre lo schermo

«Tecnologie radicali» di Adam Greenfield, edito da Einaudi. Lo smartphone? Non è solo un telefono e un medium universale. È anche un «estrattore» di informazioni

Smartphone, «realtà aumentata», blockchain, intelligenza artificiale, Internet delle cose, stampanti 3d. Sono questi i manufatti e i campi disciplinari delle tecnologie radicali che segnano il presente e il prossimo futuro. Lo sostiene il sociologo urbano Adam Greenfield, che da anni sta costruendo un arazzo sulle trasformazioni sociali e urbane delle grandi metropoli nel Nord del mondo. Docente alla London School of Economics di Londra e da tempo collaboratore di Saskia Sassen, si è concentrato appunto sulle Tecnologie radicali (Einaudi, collana I maverick, pp. 329, euro 22) che segue di una manciata di settimane il volume di Richard Florida The New urban crisis (Basic Books).

SONO AUTORI che partono da prospettive decisamente antitetiche. Greenfield è un osservatore critico delle smart cities, considerate una cortina fumogena usata per opacizzare i processi di gentrification delle grandi metropoli. Richard Florida, invece, è il noto teorico della classe creativa, cioè delle figure lavorative che producono contenuti e manipolano la materia prima – informazioni e conoscenza en general -. Florida ha sempre considerato la gentrification come un male necessario o un effetto collaterale che non può mettere in discussione i processi di valorizzazione capitalistica del territorio…In questo volume einaudiano, Greenfield assegna alle tecnologie digitali una centralità nella riorganizzazione radicale delle forme di vita. Siamo cioè dentro un processo di costituzione di un capitalismo post-umano, basato sul predominio del virtuale dove uomini e donne sono ridotti ad ammasso di dati pronti per essere elaborati dalle imprese per fare profitti, e da istituzioni politiche per esercitare un efficace controllo sociale e allocazione delle risorse in un sempre più esangue welfare state.

Complementare a questo kernel teorico è però il testo di Richard Florida. Presentato come una profonda autocritica del teorico della classe creativa, il saggio in realtà non fa che confermare le sue tesi con una inquietudine di fondo. Forti nel suo libro sono, infatti, i richiami alle rivolte urbane degli anni Sessanta e Settanta negli Usa. L’emblema di quella crisi urbana è stato il fallimento dell’amministrazione pubblica di New York alla metà degli anni Settanta. Per Florida, l’attuale aumento delle diseguaglianze sociali, la privatizzazione degli spazi pubblici, l’emarginazione di afroamericani e latinos, la gentrification e la logica dominante di chi vince prende tutto il piatto – i super ricchi, come li chiama l’autore – determinano una nuova crisi urbana dove la classe creativa occupa ancora il centro della scena produttiva, ma al pari di tecnici, classe operaia industriale e lavoratori dei servizi, vede i suoi salari stagnanti o crescere di percentuali risibili rispetto ai redditi dei supericchi.

IL LIBRO È DENSO di dati sulle disuguaglianze sociali, la segregazione razziale e di mappe sulla nuova geografia urbana degli Stati Uniti, fotografia di una divisione continentale del lavoro, nel senso che alcune metropoli si specializzano in un settore, mentre altre, come New York, Los Angeles, San Francisco sono generaliste.

Questa manciata di supermetropoli (una ventina) sono un concentrato di povertà, mentre la eterogenea composizione di lavoro vivo è caratterizzata da salari estremamente differenziati all’interno dello stesso settore (molti «creativi» sono infatti working poor).
Neppure questo elemento scuote la convinzione di Florida che la nuova crisi urbana sia un fatto contingente. Basterebbe, scrive l’autore, che la logica dominante del winners take all possa essere compassionevolmente mitigata da politiche sociali di contenimento della povertà.

Alcune parti del libro sono state inoltre riscritte dopo l’elezione di Donald Trump: per Florida, il nuovo tenutario della Casa Bianca non potrà che accentuare e radicalizzare la tendenza alla crescita di un numero abbastanza esiguo di città ad accaparrarsi capitali, talenti e centri di ricerca e a desertificare socialmente e economicamente il resto degli Stati Uniti. In altri termini, Donald Trump, secondo Florida, rischia di far deflagrare la «nuova crisi urbana» in rivolte e sommosse. Per evitarle, l’autore auspica dunque un compassionevole e «debole» riformismo di tipo neokeynesiamo.

CHI INVECE PRENDE le distanze da questa vision è Adam Greenfield. Le sue tecnologie radicali servono a evidenziare le caratteristiche del contemporaneo regime di accumulazione. Sgombra il campo, ad esempio, dalla convinzione che il processo di innovazione tecnologica abbia rallentato la sua corsa. Quello che è accaduto negli ultimi dieci anni attesta semmai una accelerazione dei processi di innovazione. Lo smartphone non è solo un telefono, ma un vero e proprio medium universale oltre che un «estrattore» di dati e informazioni che favorisce lo sviluppo dei big data che usano ormai tecniche e metodiche del l’intelligenza artificiale.

In tempi recenti, molta enfasi è stata data al lemma algoritmo. Il saggio di Greenfield ha il merito di sgomberare il campo da semplificazioni. Un algoritmo funziona come una ricetta: serve cioè a svolgere un compito. Le modalità di svolgimento e quali conoscenze tecnico-scientifiche intervengono sono decise da ricercatori, manager e produttori di software. È su questo crinale che intervengono fattori inerenti i rapporti di potere vigenti nella società. Mai come nel software sono evidenti le analisi sulla non neutralità della scienza di marxiana memoria e sulla deleuziana società del controllo.

QUESTI ASPETTI – la centralità della conoscenza nella produzione di merci, la costruzione politica del soggetto produttivo e delle forme di governo della realtà – sono costituenti la definizione degli algoritmi, cioè le istruzioni, i codici informatici che fanno svolgere a uomini e donne determinate operazioni e impongono veri e propri stili di vita. Sono le stacks, le cataste, cioè le imprese globali – Google, Facebook, Apple, Amazon, solo per citarne alcune – che si appropriano, attraverso gli algoritmi, della ricchezza sociale e delle informazioni personali, puntando a colonizzare la vita dentro e fuori lo schermo.

Le stacks integrano al proprio interno attività diverse, dalla produzione di software all’advertising alla produzione di macchine «intelligenti». Sono imprese globali, ma la loro forza-lavoro è risibile rispetto il loro fattorato (poche decine di migliaia di dipendenti per bilanci multimiliardari). Sono cioè il classico esempio di quello sviluppo economico senza crescita di occupazione che caratterizza il capitalismo contemporaneo.

L’autore cita molti rapporti dedicati alla automazione, accomunati dalla convinzione che dopo il lavoro manuale quello che sarà automatizzato sarà anche il lavoro impiegatizio e cognitivo. Possono divergere nel periodo temporale affinché siano sviluppate macchine intelligenti che hanno anche la capacità di autoapprendere. E tuttavia è evidente che da qui a pochi anni il lavoro umano diventi una risorsa ancora più scarsa di quella che è.

Non c’è tuttavia in questo libro nessuna concessione alle tecno utopie dilaganti nella saggistica e media mainstream. Le tesi di Jeremy Rifkin sul superamento del capitalismo grazie alle stampanti 3d è velocemente demolita, citando solo il fatto che ci sarà sempre qualcuno che produrrà le stampanti 3d, esempio di manufatti complessi, e che la proprietà delle materie per costruirli è nelle mani di privati.

PIÙ ATTENZIONE è invece dedicata ai teorici marxisti dell’accelerazionismo Nick Srnicek e Alex Williams, che nel volume Inventing The Future (Verso edizioni) hanno posto le basi teoriche del «comunismo del lusso», in Italia discusso criticamente, a partire dal «manifesto dell’accelerazionismo», nel volume collettivo L’algoritmo del capitale (ombre corte).

Per Srnicek e Williams, l’automazione non va fermata o rallentata, bensì spinta agli estremi perché così si pongono le condizioni della fine del lavoro e di una redistribuzione su base egualitarie della ricchezza prodotta attraverso un reddito di esistenza.

Il «comunismo del lusso» è però relegato da Greenfield a suggestione new age. L’autore invita a scrutare con attenzione l’orizzonte del quantified self, cioè la costruzione di una concezione dell’umano – e le conseguenti identità collettive e individuali – a partire dei dati dissemianti nella Rete e, in seguito, rielaborati dalle stacks. Il presente e il futuro è dato cioè dal dominio del virtuale esemplificato dal capitalismo postumano imperante. È questa per Greenfield, la priorità politica. Diventa però difficile immaginare una politica rimuovendo i rapporti sociali di produzione da sovvertire.

Al di là delle evidenti fragilità teoriche del «comunismo del lusso» è comunque indispensabile partire da quel grumo di analisi da cui prende il via. Il movimento da fare, dunque, può prendere le mosse dalla frase di un mitico ingegnere informatico, Alan Kay. Lui sosteneva che il miglior modo di predire il futuro fosse quello di inventarlo. Più prosaicamente, il movimento da fare è costruire il futuro, meglio riappropriarsene a partire dalla realtà attuale, senza rimanere ingabbiati nella miseria del presente.

Benedetto Vecchi il manifesto, 31 dicembre 2017.
https://ilmanifesto.it/una-vita-colonizzata-oltre-lo-schermo/

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