Storia delle idee. In bilico, nell’atelier della vita

 Intelligenza artificiale e intelligenza animale. Perché dobbiamo congedarci da una visione antropocentrica che pone al centro le capacità di calcolo e computazionali per leggere la realtà ma che non prende in carico la complessità del reale e la sua tessitura. Hobbes, Cartesio, Leibniz e altri autori non hanno considerato il legame dell’intelletto con il desiderio

Che cos’è l’intelligenza? Se seguissimo l’indicazione di Thomas Hobbes, che nel XVII secolo scrisse «quando un uomo ragiona non fa altro che calcolare», verrebbe da rispondere «capacità computazionale». Si tratta in realtà di una domanda a cui probabilmente non è mai stata data una risposta esauriente per il fatto che spesso si è preso a modello la razionalità umana e si è cercato di costruire un’entità computativa che ne simulasse le performatività.RIPRODURRE il pensiero attraverso un algoritmo significa completare la parabola riduzionistica avviata con Galileo e proseguita dalla geometria analitica di Cartesio. Possibilità di meccanizzare il ragionamento che verrà poi ripresa da Leibniz, fautore convinto della necessità di descrivere il mondo mediante simboli, nella sua ipotesi di logica simbolica. Leibniz immaginò già nel 1679 una macchina per il calcolo i cui principi di apertura e chiusura – seppur sotto forma di fori per biglie – sono gli stessi di quelli utilizzati oggi nel microprocessore elettronico.

I pensieri di Leibniz si ritroveranno così nei progetti informatici di Charles Babbage, nella logica di George Boole per arrivare alla macchina di Alan Turing. Ma non è stato solo il raziocinio a essere assoggettato alle logiche del grande Dio del calcolo, la fantascienza così come ci è stata consegnata da autori come Isaac Asimov o Philip Dick, ha presentato un panorama distopico dove androidi e cyborg sono in grado di replicare sentimenti, desideri e ricordi, quegli aspetti del sentire più intimo che sono stati anch’essi assimilati a un ordine computazionale.

SI TRATTA DI VISIONI che lasciano trasparire un modo profondamente antropocentrico di leggere l’intelligenza, una tendenza prospettica che ci impedisce di comprenderne i suoi aspetti peculiari che hanno più a che vedere con il dominio dei sentimenti che con le rigide leggi della ragione. Innanzitutto, non riusciamo a capire cosa sia l’intelligenza poiché non siamo in grado di accettare la pluralità cognitiva delle altre specie

Se di intelligenza animale siamo disposti a parlare, è solo per cercare di individuare quegli animali che sono in grado di superare i test vigenti nell’essere umano, con il risultato che le specie più intelligenti vengono considerate quelle che più ci assomigliano sotto il profilo socio-relazionale (le scimmie antropomorfe), quelle che come noi si avvalgono di strumenti (i corvidi), e poi ancora quelle in grado d’inventare soluzioni nuove, allontanandosi dal proprio retaggio.

Ma il mondo non è fatto di problemi oggettivi che l’individuo deve risolvere, ma di obiettivi soggettivi che l’individuo vuole raggiungere.
Il concetto di «intus-legere», ossia di leggere-dentro da cui deriva per l’appunto il termine «intelligenza», può significare l’atto di saper andare in profondità e oltre le apparenze, ma in definitiva questo non ci dice molto sul principio stesso del cercare tra le maglie del tessuto del reale per come ci appare. Per comprendere l’atto del penetrare la realtà occorre focalizzarsi sulla capacità di riorganizzare la struttura del reale secondo una diversa matrice di coniugazione tra gli enti che lo compongono.

LE DIVERSE SPECIE, essere umano compreso, declinano il loro stare al mondo attraverso delle strutture motivazionali (il rincorrere, il raccogliere, il cercare, l’esplorare) che definiscono gli obiettivi a cui tendere, obiettivi che fanno sì che l’animale si sperimenti con creatività. È in questo atto emergenziale e intellettivo che l’individuo scopre nuovi nessi causali, nuove correlazioni temporali, nuove categorie. Andare in profondità significa mettere insieme le cose in un modo non scontato, ed è qui che risiede l’atto intellettivo: il soggetto si pone degli obiettivi poiché desidera.

Intus-legere è pertanto far emergere un nuovo piano di realtà, scoprire una configurazione del reale possibile, un’opportunità nascosta tra le righe dell’apparenza. Questo atto dialogico-emergenziale, che tratta il reale come insieme di possibilità da scoprire o da sondare, non si realizza senza un movente, non è cioè il risultato di un processo oggettivabile, ma l’esito di un desiderio recondito.

IN ALTRE PAROLE, pensiamo perché desideriamo non il contrario, è il desiderio che ci spinge in profondità oltre il velo dell’apparenza per cercare nuove occasioni, è il desiderio a trasformare il mondo in un territorio disseminato di problemi da risolvere.

Gli animali sono dotati di capacità intellettive, ovvero praticano in modo disinvolto l’intus-legere, seppur nel loro modo plurale di coniugazione al mondo, perché desiderano, vale a dire perché hanno prima di tutto un sistema «disposizionale», e non computazionale, caratterizzato da emozioni e motivazioni che sollecitano in loro la proiezione in un obiettivo e, di conseguenza, in una condizione di costante problematicità esistenziale.

Quando si pretende di costruire una macchina dotata di capacità computative ma priva di desideri, e la si definisce intelligente, si sta operando una forzatura semantico-concettuale rispetto al principio dell’intus-legere. Si ha l’impressione che si voglia costruire una casa partendo dal tetto, con il risultato di realizzare un grande calcolatore tuttavia incapace realmente di leggere la realtà e tanto meno di andarvi in profondità, vale a dire oltre le apparenze.

PER APPROSSIMARSI all’intelligenza avremo, viceversa, bisogno di capire meglio le ragioni del desiderio, prima di addentrarci nel continente del pensiero. Questo significa, ancora una volta, costruire una sorta di «etologia della robotica» che parta dai sistemi motivazionali più semplici degli esseri viventi per comprendere come dar vita a un’entità artificiale capace di desiderare nel suo rapporto con il mondo.

A questo punto una riflessione è d’obbligo: solo una macchina che desidera è veramente in grado di intus-legere, vale a dire di andare in profondità e costruire problemi da risolvere. Ma una macchina che desidera inevitabilmente assume una titolarità su se stessa, vale a dire non può più definirsi quale strumento a disposizione dell’essere umano.

A questo punto è evidente come la grande trasformazione della metà del XXI secolo vedrà una ridefinizione dell’intelligenza artificiale attraverso una maggiore contiguità con le dinamiche intellettive degli organismi viventi.

SARÀ CIOÈ INDISPENSABILE entrare nell’atelier della vita per fare chiarezza sui meccanismi comportamentali che stanno alla base di attività come la formulazione di obiettivi, la valutazione delle opportunità, il coinvolgimento nel qui-e-ora, il giudizio di valore per sé, la relazione con l’alterità, la curiosità e via dicendo; vale a dire quell’insieme di proprietà che consentono realmente di intus-legere la situazione e non semplicemente di calcolare.

Solo allora potremo parlare nel senso pieno del termine d’intelligenza non-animale. Nel frattempo tuttavia molte delle nostre attuali proiezioni saranno decadute, forse anche quel giudizio di inviolabilità dell’individuo somaticamente circoscritto che dal Platone della Repubblica in poi ci pare come dato non negoziabile e comunque scontato.

Più entreremo nell’atelier della vita più i nostri orizzonti cambieranno e sempre meno avremo in mano il timone decisionale.

Roberto Marchesini, il manifesto, 21 gennaio 2018.

https://ilmanifesto.it/in-bilico-nellatelier-della-vita/

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