Dal disgusto estetico al disgusto morale

E’ davvero piacevole leggere libri in cui l’autore mostra una grande erudizione senza farne il minimo sfoggio. Tanto più se l’autore – nel nostro caso l’autrice – è poco più che trentenne. Parliamo di Serena Feloj, insegnante di estetica all’Università di Pavia, che ha dato alle stampe un notevole saggio intitolato Estetica del disgusto. Mendelssohn, Kant e i limiti della rappresentazione, (Carocci, Roma, 2017, 190 pagg., 19,00 euro). La stesura di questo lavoro l’ha impegnata per ben cinque anni e corona una riflessione che aveva precedentemente visto la pubblicazione di altri saggi sul tema del disgusto fino alla cura dell’edizione italiana dello studio di Winfried Menninghaus, Disgusto. Teoria e storia di una sensazione forte, (Mimesis, Milano, 2016).

Occorre fugare subito un dubbio che potrebbe insinuarsi nella mente del lettore: il dibattito sull’estetica del disgusto in due autori del ‘700 non è affatto distante dal nostro presente perché viviamo in una società estetizzata, una società che dal punto di vista della produzione di contenuti e di immagini si pone pochi limiti al rappresentabile. E a causa di confini così mobili tutti noi abbiamo ogni giorno parecchie occasioni per provare ripugnanza. Purché naturalmente si sia in grado di interpretare criticamente la realtà mediatizzata in cui siamo immersi e all’interno della quale è precipitata la modalità di fruizione di una parte consistente del pubblico. Riflettere sul disgusto di ieri significa riflettere sul gusto di oggi, a meno che non si voglia ancora contrapporre l’estetica alla presunta grossolanità della cultura di massa.

Il ponte che collega la monografia di Serena Feloj all’oggi è dato dal suo percorso di indagine. Ossia dallo studio della “relazione tra il disgusto estetico e il disgusto morale nel rapporto tra Mendelssohn e Kant”. Relazione che la studiosa interroga a partire dal cosiddetto “sentimento misto”. Ossia dall’occasione che ci offre un’opera d’arte di provare contemporaneamente sia piacere sia ripugnanza. Nel Settecento tale tematica venne ampiamente dibattuta a partire, tra l’altro, da una tragedia di grande successo all’epoca, il Filottete di Sofocle. La vicenda è nota, ma giova riprendere alcuni passaggi. Filottete era un famoso arciere possessore dell’arco di Eracle. Scoppiata la guerra di Troia si unì alla spedizione militare achea al comando di sette navi. Ma durante un sacrifico ad Apollo venne morso a un piede da una vipera. La gamba andò in cancrena causandogli dolori lancinanti che gli provocarono eccessi d’ira alternati a momenti di totale catalessi. Per di più il fetore emanato dalla ferita contribuiva non poco a renderlo insopportabile ai suoi compagni. Dietro suggerimento di Ulisse, Filottete venne abbandonato sull’isola di Lemno, lavica e spopolata. Pur vivendo come un selvaggio Filottete riuscì a sopravvivere per dieci anni grazie all’infallibile arco con cui cacciava. Intanto, nel corso di tutto questo tempo, Troia aveva inspiegabilmente resistito all’assedio dei greci. I quali consultarono un oracolo apprendendo che senza Filottete e il suo arco la città non sarebbe mai caduta nelle loro mani. Ma di recuperare Filottete i greci non volevano saperne. Ed ecco Ulisse escogitare un piano per convincere con l’inganno Filottete a cedere il suo arco, condannandolo così a morte certa.

Filottete di Jean-Germain Drouais

Tralasciando lo sviluppo successivo della tragedia di Sofocle il comportamento di Ulisse genera nello spettatore settecentesco una ripugnanza di carattere morale. Dati i tempi di turboutilitarismo che stiamo attraversando ci sarebbe da chiedersi se oggi avrebbe lo stesso effetto. Ma Serena Feloj interroga Mendelssohn e per l’illuminista tedesco i sentimenti misti penetrano più a fondo nell’animo umano in quanto questo tipo di esperienza investe non solo l’oggetto estetico ma soprattutto la fruizione da parte dello spettatore. Qual è il sentimento che lo guida? Con questa domanda è evidente che la riflessione di Mendelssohn supera la dicotomia bello/brutto per concentrarsi su come l’arte possa costituire una guida morale anticipando così le argomentazioni di Kant. Non solo. Mendelssohn tratta il rapporto tra disgusto estetico e disgusto morale facendo riferimento non tanto al concetto di perfezione quanto a quello di perfezionamento. Non è una questione nominalistica perché con l’idea di perfezionamento si garantisce l’autonomia dell’arte. Ma ancor di più, nel pensiero illuminista il concetto di perfezionamento investe l’idea stessa di natura umana. Si pensi solo a due autori tra loro diversissimi, Rousseau e Humboldt. Per Rousseau la caratteristica della nostra specie consiste nella capacità di migliorare costantemente, sostenendo in tal modo una prospettiva evoluzionistica; mentre per Humboldt il concetto centrale della sua filosofia è la Bildung, concetto con il quale designa il pieno e armonico sviluppo dell’individuo e della comunità. E’ all’interno di questo dibattito che si inserisce la discussione tra Mendelssohn e Lessing sul ruolo dell’educazione: per il primo essa serve al perfezionamento del singolo mentre per il secondo investe l’intera umanità.

Come si vede la riflessione settecentesca sull’estetica sconfina dai suoi limiti convenzionali. Ed è merito di Serena Feloj insistere sul livello antropologico della ripugnanza morale soprattutto, come è ovvio che sia, nel capitolo del libro dedicato a Kant. Tramite la ricostruzione della studiosa nell’antropologia del filosofo di Königsberg si assiste a un graduale passaggio dalla concezione del disgusto estetico come qualcosa che si oppone alla libertà, come qualcosa di irrappresentabile, alla concezione della ripugnanza morale interpretata come una reazione al male. Utilizzando le parole della stessa Feloy: “così come il disgusto estetico segnala una bruttezza che non può essere condotta alla bellezza, in modo analogo la ripugnanza morale indica un vizio che in alcun modo può essere riportato alla virtù. … Il disgusto ha luogo, quindi, quando l’illusione artistica non ha successo, quando genera semplicemente un inganno dei sensi, fonte sicura di dispiacere”.

Facendo un salto dal Settecento all’oggi le riflessioni di Mendelssohn e Kant presuppongono un soggetto storico dotato di intrinseca razionalità e di altrettanta intrinseca libertà. Ma oggi non è più necessario ottemperare alla legge morale per sentirsi liberi. Anzi, la gestione del proprio particolare prevale “razionalmente” sul bene comune dando origine a quella che si può definire un’etica fai da te ad uso e consumo di iperindividualisti accuratamente addestrati a non connettere la propria biografia con la storia. E in quanto fondati sull’eternizzazione del presente per cosa provano disgusto questi soggetti? Per poco e niente. Ciò significa che nell’antilluminismo in cui siamo precipitati all’arte spetta il compito di suscitare costantemente un sussulto morale.

Patrizio Paolinelli, Via Po cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 24 febbraio 2018.

 

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