Paul Mason, nelle spire del postcapitalismo. Un’intervista con l’intellettuale ospite alla Fondazione Feltrinelli

Paul Mason

Esistono obiettivi che le forze democratiche e di sinistra potrebbero porsi per superare i problemi che il neoliberismo non è in grado di risolvere, facendo leva su nuove forme di partecipazione e azioni politiche decise.

Lunedì 19 febbraio, alla Fondazione Feltrinelli di Milano, il giornalista e intellettuale Paul Mason, insieme a Gad Lerner e Matteo Pucciarelli, affronterà le possibili alternative, discutendone all’interno del ciclo di appuntamenti What is left/ What is right, nati per comprendere e definire il futuro di sinistra e destra nel XXI secolo.

Qual è lo stato di salute delle democrazie avanzate, tra disuguaglianze e nuovi populismi di destra?
Stiamo iniziando a comprendere che lo stato di default di una moderna economia decadente è una presidenza autoritaria sostenuta da una folla di persone ignoranti. Dal 2008 sostengo che, se non lo abbandoniamo, il modello economico neoliberale ucciderà la globalizzazione. Ora, con alcune eccezioni, stiamo assistendo all’emergere del neoliberalismo nazionalista – il tentativo di mantenere vivi i salari bassi, una produttività scarsa ed economie fortemente privatizzate rompendo con il sistema multilaterale globale. Significa questo lo slogan di Trump «America First». Ma dobbiamo capire che non esiste un legame diretto e spontaneo tra l’aumento della disuguaglianza e l’aumento della xenofobia. In ogni paese, la destra populista è guidata da un’alleanza tra miliardari e politici corrotti (cleptocrati) – e sono determinati a diffondere paura, ignoranza e insicurezza, in modo tale che le persone continuino a dar loro poterepolitico, e loro stessi possano quindi continuare con il proprio progetto di arricchimento personale.

Esiste una qualche possibilità di rinnovare le nostre democrazie?
La sinistra deve fare un’alleanza con il centro liberale per difendere lo stato di diritto. Ma le basi di un’alleanza del genere non possono essere la difesa del sistema economico neoliberale. Va sottolineata l’importanza dei valori dell’universalismo e è necessario abbandonare le vestigia del postmodernismo, che era anti-universalista, anti-umanista e nei suoi momenti peggiori anti-razionalista.
Fino a quando non vedremo l’élite politica, sociale e industriale iniziare a parlare in difesa dello stato di diritto, della responsabilità democratica, della libertà di parola e della libertà dalla sorveglianza dobbiamo concludere – similmente alla borghesia italiana degli anni ’20 – che preferisca l’ordine alla legge.

La fine del vecchio capitalismo sta aprendo le porte a un altro libertario (anarco-capitalismo), apparentemente molto lontano dalla sua idea di post-capitalismo. cosa può dirci al riguardo?
In realtà questo capitalismo «libertario» – esemplificato da Peter Thiel – disprezza apertamente la democrazia e gli stati in generale. Se riusciranno nel loro intento, creeranno un net-feudalismo digitale, in cui i ricchi vivranno dei beni accumulati, qualcuno lavorerà per loro come massaggiatore o maggiordomo, e la maggioranza vivrà in una favela globale, scambiandosi servizi alla persona di basso valore.
Il post-capitalismo non è la stessa cosa del socialismo, e questo feudalesimo digitale non è la barbarie, ma i due esiti sono veramente alternativi, proprio come nella frase «socialismo o barbarie».

Airbnb, Foodora, Amazon, ma anche Google e Facebook, sono il nuovo «man in the middle» che centralizza i dati e la comunicazione, o hanno solo interesse nel disintermediare domanda e offerta (per andare verso un «mercato senza attrito»)? Non crede che questo dia loro troppo potere? Il rischio è quello di andare verso una sorta di tecnocrazia?
Dobbiamo offrire a questi grandi monopoli una scelta: la rottura o la socializzazione. All’interno delle sale riunioni di queste grandi aziende stanno iniziando a capire quanto sia pericolosa la posizione per loro. Airbnb e Uber, per esempio, non sono vere società tecnologiche, stanno cercando di creare un monopolio degli affitti basato sulla creazione di un collo di bottiglia artificiale e, sempre più, illegale. Se il mio modello di business fosse basato sulla sconfitta e sul rovesciamento di ogni governo cittadino sulla terra, lo definirei una strategia ad alto rischio. Perché la società civile sta già combattendo.
Se ci sono quattro banche, quattro catene di supermercati e quattro grandi società di revisione in ogni mercato allora lo stato dovrebbe imporre almeno quattro versioni di Facebook, Amazon, Google ecc. – per competere tra loro. Tuttavia, laddove esiste un monopolio naturale dei servizi digitali, lo stato dovrebbe creare un livello base di quella tecnologia di proprietà pubblica, sulla quale gli innovatori possano basare i propri modelli di business nel settore privato.

Nuove forme di collaborazione possono influenzare positivamente la partecipazione democratica… A suo parere, sarebbero sufficienti per evitare il collasso ecologico?
In Gran Bretagna, la sinistra ha conquistato il partito laburista mobilitando la gente a usare i social media e persino la vecchia posta elettronica. Ora, a due anni dalla rivoluzione di Corbyn, stiamo avendo un impatto effettivo sulla società: fermare un consiglio locale dalla privatizzazione in massa di abitazioni e dalla pulizia sociale dei poveri semplicemente sostituendo il suo consiglio laburista con persone che sostengono la comunità, non il neoliberismo. Come nel XIX secolo, la ragione per cui le elite temono una vera partecipazione democratica è che «i tacchini non votano quasi mai per il Natale».

In «Postcapitalism» lei sembra puntare molto sulle possibilità di emancipazione dell’informazione. Ma l’informazione non è conoscenza. Nel capitalismo contemporaneo è solo un’altra dimensione del consumo. Senza conoscenza, l’informazione è una merce. Cosa ne pensa? Esiste una transizione senza transizione umana?
Non c’è transizione senza una transizione umana. Nel marxismo c’era sempre una tensione: a volte lo stesso Marx afferma che gli operai si libereranno attraverso la conoscenza e l’attività intenzionale; altre volte dice che sono destinati a distruggere il capitalismo semplicemente a causa della loro condizione di nullatenenti. Nel caso degli individui collegati in rete non c’è nessuna contrapposizione: possono liberarsi semplicemente perché la consapevolezza nelle loro teste si ribella contro l’ignoranza, l’irrazionalità e la crudeltà del capitalismo che li circonda. Non sono d’accordo che l’informazione sia solo un’altra merce: come dice Steward Brand, vuole «essere libera».

Marco Liberatore, il manifesto, 17 febbraio 2018.

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