Il papà dei libri

L’avventurosa storia del libro si arricchisce del racconto scritto da Giuliano Bernardi intitolato Cronache dell’editoria italiana del dopoguerra (Unicopli, Milano, 2018, 283 pagg., 16,00 euro). Bernardi è stato uno dei tanti personaggi poco noti al pubblico dei lettori e che tuttavia hanno avuto un ruolo importante per lo sviluppo dell’editoria italiana dopo la caduta del fascismo. Per circa mezzo secolo si è occupato della distribuzione libraria e per quanto dietro le quinte ha conosciuto come pochi altri il movimentato mondo composto da autori, editori, lettori, librerie e libri.

L’interesse di Bernardi per l’editoria è precoce. Nel 1948, poco più che ventenne, insieme al fratello maggiore, Umberto, apre una libreria a Oderzo, piccola cittadina del trevigiano dove è nato. Quattro anni dopo lascia l’attività e diventa, sempre insieme Umberto, funzionario del PCI. Dura poco. Il mondo dei libri lo attrae più di ogni altro. Nel 1955 eccolo in Sicilia come direttore della Carlo Spernocchio, all’epoca affermata società di distribuzione. Nel 1958 si trasferisce a Torino in qualità di direttore delle agenzie commerciali della Feltrinelli per il Piemonte, la Liguria e la Sardegna. Nella città della mole è conosciuto come “il papà dei libri”. Attributo che esprime tutto l’amore per la nobile merce che Bernardi si prodiga a far circolare in ogni parte d’Italia. Nel 1965 passa alla Sansoni e si trasferisce a Firenze, finché nel 1972 apre una propria società di servizi editoriali che guida fino alla fine degli anni Novanta.

Per Bernardi l’attività del distributore non è separata dalla qualità del prodotto. Certo, le vendite sono importanti perché come per tutte le industrie anche quella editoriale deve far quadrare i conti. Bernardi però unisce alla propria vocazione commerciale l’intenzione di fare del libro un’occasione di dibattito e soprattutto di approfondimento dopo la notte del Ventennio. “Il papà dei libri” vede in questo mezzo di comunicazione uno strumento che ha una duplice funzione: da un lato, soddisfare la sete di novità del nuovo pubblico di lettori che si va formando nell’Italia repubblicana; dall’altro, contribuire a sprovincializzare, svecchiare ed elevare la cultura di un Paese in cui finalmente si può discutere alla luce del sole.

Con queste Cronache Bernardi ci riporta a un mondo editoriale e a un modo di intendere la cultura oggi in larga misura estinti. Era un mondo in cui si contrapponevano sistemi di valori e progetti di società che si confrontavano prevalentemente sulla carta stampata. Anche per questo motivo, nel rinnovato clima del secondo dopoguerra e fino a tutti gli anni ’70, intellettuali e libri godevano di un forte prestigio sociale. Sia che pubblicasse per Einaudi, casa editrice di opposizione e di alta cultura, sia che pubblicasse per Mondadori, casa editrice moderata e generalista, all’intellettuale era riconosciuto un ruolo nell’agorà. Punto di riferimento che ognuno era libero di apprezzare o meno, ma che non era possibile ignorare. Poi, con l’affermazione del neoliberismo, il libro ha perso progressivamente lo status di merce nobile ed è diventato sempre più un prodotto come un altro da realizzare e consumare più in fretta possibile. All’interno di una logica che ha nel profitto il principale, se non l’unico, obiettivo le case editrici sono state sottoposte a grandi concentrazioni finanziario-produttive, i piccoli editori hanno resistito e resistono come possono, le librerie continuano a chiudere una dietro l’altra sia per mancanza di lettori sia per la concorrenza on-line, gli autori scrivono sempre più di corsa avendo come preoccupazioni principali quelle di apparire in Tv, procurarsi recensioni favorevoli, farsi intervistare, entrare nei giri giusti, trasformarsi in piazzisti di se stessi su Internet o nelle sempre meno frequentate presentazioni di libri.

Bernardi concluse la stesura delle Cronache pochi anni prima di morire, nel 2007. Ebbe perciò modo di averle sotto gli occhi in tempi in cui la fase eroica dell’editoria era ormai un lontano ricordo. Tuttavia nelle sue pagine non si avverte alcuna nostalgia per il passato. L’autore ci presenta l’equilibrata ma per nulla asettica testimonianza di chi ha partecipato in prima persona alla rinascita dell’editoria italiana dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Se lo stile è sobrio va subito aggiunto che, come sostengono nell’Introduzione Alberto Cadioli e Paola Italia, il racconto di Bernardi “è appassionante come una memoria editoriale, libero come un diario, preciso come un’analisi storico-commerciale, e spericolato come un romanzo di avventure libresche”. Appassionante perché le Cronache osservano un arco temporale, dal 1944 al 1963, che farà da incubatore alla contestazione sociale poi esplosa nel ’68 e protrattasi in Italia fino alla seconda metà degli anni ’70. Libero come un diario perché in ogni pagina emerge un esperto intellettualmente indipendente intento a descrivere un mondo editoriale che pure ha contribuito a costruire. Analitico perché, da uomo pratico, Bernardi è molto attento ai numeri e alle statistiche (vendite, ricerche di mercato, indici di lettura e così via) spesso riportate nelle Cronache ma senza per questo inaridirle. Spericolato perché la concorrenza della nuova industria editoriale italiana non sarà solo una questione commerciale. I vent’anni illustrati da Bernardi possono essere forse considerati come uno dei momenti più intensi della guerra dei libri. Una guerra dove si combattevano visioni del mondo e idee del futuro. E nei vari teatri ogni libro era vissuto politicamente.

Il mondo editoriale dell’homo politicus è scomparso e con esso lo stesso homo politicus formatosi sui libri. Perché allora leggere le Cronache di Bernardi? Per diversi motivi. Intanto perché costituiscono la preziosa testimonianza di un momento culturale molto vivo e plurale; poi perché rappresentano una memoria a cui si può attingere per ricostruire la storia dell’editoria italiana e ragionare sul presente; infine perché forniscono un quadro su tattiche e strategie commerciali delle case editrici e più in generale sul mercato librario. In merito al quale con una punta di ironia e un’altra di critica Bernardi annota come sin dagli anni Quaranta gli editori italiani lamentino la scarsa propensione alla lettura dei loro connazionali. Il fatto che invece si sia andati successivamente verso una stagione di rinascita del libro significa quanto siano complicati e spesso imprevedibili gli esiti dei processi sociali. Il che se non ci consola, data la crisi dell’editoria in atto, ci permette quantomeno di dubitare degli apocalittici che parlano di fine della cultura tipografica e di sperare in altri papà del libro come Giuliano Bernardi.

Patrizio Paolinelli, via Po cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 2 giugno 2018.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.