Società e potere. Le riflessioni di un gruppo di studiosi intorno a un tema sempre attuale

Per chi si occupa del rapporto tra cultura e comunicazione è uscito da qualche mese un libro intitolato Società, potere e influenza (a cura di Rolando Marini, Edizioni Altravista, 2017, Broni (PV), 276 pagg. 23,00 euro). Il volume è il risultato di un lungo seminario tenuto all’Università per Stranieri di Perugia nel 2015 e comprende undici saggi ognuno dei quali meriterebbe un’approfondita presentazione; cosa che in tutta evidenza non è possibile nell’ambito di una recensione e questo è un problema pressoché insuperabile per i libri scritti a più mani.

Dichiarata la forzata incompletezza di quanto diremo, a cimentarsi nella riflessione sui tre concetti che danno il titolo al volume sono sociologi e filosofi italiani accomunati dall’esigenza di perfezionare la comprensione su come si articola oggi il rapporto tra società e cultura e su come si esercita il potere sotto il profilo dell’influenza.All’interno delle analisi che percorrono Società, potere e influenza sono illustrate alcune tra le più importanti teorizzazioni che hanno segnato il dibattito sociologico e filosofico degli ultimi decenni in merito al ruolo del linguaggio, della comunicazione, degli effetti sociali dei media e del rapporto tra queste dimensioni col potere. E’ così passato in rassegna il pensiero di Michel Foucault (rapporto tra potere e sapere, tra potere e verità), Jürgen Habermas (spazio pubblico, agire comunicativo, ruolo dell’opinione pubblica, formazione del pubblico), Paul Ricoeur (concetto di prassi simbolica), Martin Heidegger e Ludwig Wittgenstein (il loro contributo nel porre la “svolta linguistica” al centro della filosofia occidentale), Guy Debord (la funzione dello spettacolo nel fabbricare soggettività alienate), Stuart Hall (rapporto tra potere e cultura, ruolo attivo dei destinatari dei messaggi mediali), Paul Lazarsfeld e Elihu Katz (il potere come sistema di influenze nell’indagine sugli effetti sociali dei mass-media), Norbet Elias (concetto di interdipendenza e di figurazioni sociali, complementarietà tra Io e Noi).

A parere di Marini la triangolazione società, potere e influenza può essere analizzata attraverso due prospettive: una verticale, secondo la quale chi detiene i mezzi di produzione simbolica forgia il pensiero delle persone; e l’altra circolare, secondo la quale l’influenza è un processo di scambio a più vie tra il potere da un lato e individui, subculture, reti sociali dall’altro. Nella prima prospettiva la riflessione muove principalmente dall’asimmetria dei rapporti di forza tra chi influenza e chi è influenzato; nella seconda prevale l’enfasi sull’aspetto comunicativo-relazionale tra attore e sistema. Aspetto “capace di condizionare l’esercizio e anche la struttura del potere”.

Il curatore e, ci sembra di poter dire, la maggior parte degli autori del libro privilegiano nettamente la seconda prospettiva. Col suffragio dei teorici sopra menzionati fondano le proprie interpretazioni in merito al rapporto tra società e cultura su tre idee-guida: quella di una completa o quantomeno fortissima autonomia della cultura; quella di un potere inteso assai più come relazione che come sostanza; infine quella di un pubblico che rispetto alla ricezione dei messaggi non è affatto un soggetto passivo. Si tratta di posizioni coerenti con la sacrosanta lotta contro ogni determinismo meccanicistico e le radici weberiane di tali posizioni ci sembrano evidenti.

Se tali posizioni presentano un’indubbia forza euristica per comprendere la complessità dei rapporti tra potere, cultura e comunicazione possono tuttavia presentare il rischio di uno sbilanciamento eccessivo a favore delle capacità di resistenza delle culture formate dal basso. E allora, giusto a titolo di provocazione intellettuale, vediamo dove potrebbe infrangersi il rigetto tout-court delle teorie fondate sul modello unilineare tra chi detiene i mezzi di produzione simbolica e chi li subisce. Ecco di seguito alcune domande che gettiamo sul tavolo come oggetti discussione. E se un libro sollecita domande crediamo compia un buon servizio alla comprensione della realtà.

La negoziazione di senso del pubblico è mai stata in grado di invertire l’ultratrentennale linea editoriale della stampa mainstream, in genere orientata alla tutela degli interessi economici dominanti anche quando portano alla catastrofe sociale come nel caso del neoliberismo? Quanto le “mirco-resistenze” rilevate dai cultural studies e i diversi piani di influenza hanno significativamente ridotto l’abissale asimmetria tra chi produce contenuti mediali e chi ne fruisce (le classi popolari nel caso di Stuart Hall, il pubblico nel caso di Katz e Lazarsfeld)? Rispetto al potere dei media entrambi i soggetti hanno mai potuto costituirsi come un reale contropotere? Un’ultima domanda relativa alla pubblicità. La sua violenza è a dir poco inaccettabile in un sistema che si pretende democratico sul piano politico e plurale su quello culturale. Eppure la pubblicità invade senza ritegno ogni spazio mediatico, interrompe qualsiasi programma radio-televisivo senza chiedere il permesso a nessuno, si inserisce subdolamente nelle produzioni cinematografiche, veicola un’immagine mercificata del corpo, afferma la religione dei consumi, trasmette un ethos utilitarista, condiziona in maniera pesantissima il mondo dell’informazione e si potrebbe continuare a lungo. Tenendo conto che la pubblicità è il programma maggiormente trasmesso dai media occidentali quale rete di cittadini, quale cultura dal basso, quale opinione pubblica ha la stessa influenza sociale?

Siamo giunti così al cuore del problema: il potere è sostanza o relazione? Ma siamo sicuri che questa domanda sia ben posta? Per Michel Foucault e tanti altri sì e rispondono che il potere è relazione. E se invece il potere fosse sia sostanza sia relazione? D’altra parte, se ci si fossilizza sulla posizione del potere come relazione non si rischia di collocare l’individuo, il cittadino, il consumatore, il ricevente (lo si chiami come si vuole) in un universo di ragnatele così fitto che non si riesce più a dare un nome al ragno? Eppure se ci sono le ragnatele da qualche parte qualcuno che le tesse ci deve essere. Ovviamente questo problema non sfugge agli autori che hanno composto Società, potere e influenza e in diversi passaggi chiariscono c’è chi è egemone e chi egemonizzato (le riflessioni sono più articolate ma per brevità ce la caviamo con una formula tanto evocativa quanto sbrigativa). E tuttavia non si può non tener conto della differenziazione sociale ci dicono questi stessi autori, né della pochezza del principio di causa-effetto nell’analisi dei comportamenti culturali. Non si può che essere d’accordo e un merito di Società, potere e influenza consiste propria nella rielaborazione di temi classici della sociologia e della filosofia quali il rapporto tra attore e sistema, tra soggetto e oggetto.

Patrizio Paolinelli, via Po cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 16 giugno 2018.

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