Oltre il capitalismo. L’umanesimo cristiano di Giulio Sapelli

L’economia è “la concretizzazione di una filosofia morale che si fonda su un’immagine antropologica dell’uomo. Lo è anche se gli addetti ai lavori, nella differenziazione sociale odierna sempre più autoreferenziale e frammentata, ne sono inconsapevoli, vista la stupefacente ignoranza dei più”. Chi scrive queste parole è Giulio Sapelli nel suo ultimo libro, Oltre il capitalismo. Macchine, lavoro, proprietà, (Guerini e Associati, Milano, 2018, 181 pagg., 18,50 euro). Parole dense, dure e anche molto impegnative perché, negano, ab origine, la pretesa scientificità dell’economia.E’ questo uno dei tanti totem abbattuti da Sapelli nel suo libro. Un testo intellettualmente coraggioso a iniziare da un titolo decisamente controcorrente. Ma come superare il capitalismo? Per prima cosa occorre andare oltre il pensiero unico. Formula coniata nel 1995 da Ignacio Ramonet con la quale il giornalista spagnolo intese denunciare il primato del mercato sulla politica e, più estesamente, l’egemonia culturale del neoliberismo sull’intera società. La critica di Sapelli è mossa in fondo dal buon senso che scaturisce in chi è abituato a studiare la complessità storico-sociale utilizzando un apparato conoscitivo interdisciplinare composto da studi storiografici, economici e giuridici. Osservando la realtà da molteplici punti di vista Sapelli invita il lettore a prendere atto che l’economia è una parte della società e non il tutto, mentre l’homo oeconomicus non esaurisce la soggettività del singolo individuo né il suo vissuto. Il pensiero unico ha imposto invece la direzione opposta: il mercato prevale sulle persone riducendole a numeri, merci, cose. E’ stato così possibile distruggere l’esistenza di una generazione, i quarantenni di oggi, falcidiati dalla disoccupazione e dalla precarizzazione in nome di un’istanza superiore: la globalizzazione. Altro totem che Sapelli abbatte interpretandolo come un fenomeno nient’affatto nuovo nella storia e che possiede radici più politico-culturali che economiche.

Senza mezzi termini Sapelli sostiene che le politiche economiche neoliberiste (la “barbarie blairiana”, per esempio) altro non sono che “un modo totalitario di affermare il mercato in democrazia”. Un modo totalitario composto da una miscela di violenza economica, distruzione dello Stato di diritto ed esercizio opaco del potere – a iniziare da quello dell’Europa, “una poliarchia non democratica” – che ha prodotto la generalizzata decadenza delle nostre società. Esito facilmente prevedibile se l’economia fosse stata una scienza e non la clava ideologica che col neoliberismo ha favorito un poderoso spostamento della ricchezza dal lavoro al capitale.

Tornare indietro non si può, ma guardare avanti sì. Però il futuro si presenta pieno di incognite. Innanzitutto perché il neoliberismo continua a proseguire imperterrito nei suoi fallimenti: più impoverisce la società più continua a impoverirla. D’altra parte con la scusa della crisi, delle leggi dell’economia, della globalizzazione, del pareggio di bilancio e così via da trent’anni a questa parte una minoranza di capitalisti si è arricchita a dismisura sulle spalle del resto della società. Dunque sul piano politico continuare a impoverire la società a tale minoranza conviene, perlomeno nell’immediato, poiché è noto che il capitalista predatore guarda all’oggi e non al domani. Altro motivo per stare poco tranquilli riguardo al futuro è la “politica di austerità ordoliberista”, o “europeo-teutonica” così come la definisce Sapelli. La quale, generando bassi consumi a causa dell’aumento della disuguaglianza sociale, frena i tassi di interesse e impedisce gli investimenti dello Stato che potrebbero spezzare questo circolo vizioso, mentre al contempo attacca a testa bassa il sistema del welfare.

Non basta. L’ordolibersimo dà oggi battaglia sulla questione del debito pubblico col pressoché unanime sostegno della stampa. Le cui firme, note e meno note, hanno da tempo avviato una vera e propria campagna permanente finalizzata a mettere le generazioni in conflitto tra loro (anziani occupati contro giovani disoccupati) e a creare una nuova paura collettiva: il debito taglia le gambe a qualsiasi ripresa economica, dunque nuovi sacrifici aspettano i lavoratori. Il che significa meno diritti, meno tutele, meno salari, meno stabilità occupazionale. Insomma, significa continuare a camminare sulla strada dell’austerità. Anche quest’altro totem è abbattuto da Sapelli. Il quale in proposito ha parole davvero chiare: “E’ impossibile che esista uno stato in costante pareggio di bilancio. Lo stato, come la dinamica economica, è in continua evoluzione e il pareggio di bilancio altro non è che o un’illusione o uno strumento ideologico per distruggere la spesa pubblica e gli investimenti pubblici … per distruggere in sostanza la spesa pubblica tout court e quindi ogni forma di welfare che non sia comunitario. Questa ideologia, che è alla base dell’ordoliberismo, è divenuta uno strumento della politica europea, potentissimo e distruttore, come dimostra la crisi economica e sociale dell’ultimo ventennio”. Per Sapelli occorre smontare la macchina di menzogne costruita intorno al debito pubblico declinato nella lotta tra le generazioni perché il problema vero è un altro: allargare la popolazione attiva, ossia riportare il lavoro al centro dell’organizzazione sociale. Solo così è possibile far crescere l’andamento dei tassi di profitto per ampliare le entrate fiscali da destinare alle spese infrastrutturali che accompagnano ogni crescita.

Alle politiche di austerità e alle nuove paure veicolate dalla stampa si aggiunge un altro fronte di crisi per il futuro del lavoro: la nuova ondata tecnologica che vede nell’intelligenza artificiale, nella robotica e nella manipolazione della materia le sue punte più avanzate. Diversi studi passati in rassegna da Sapelli avvertono che nei prossimi anni le macchine intelligenti faranno piazza pulita di milioni di posti di lavoro qualificati. Tanto da ipotizzare questo scenario: “Lo 0,1% della popolazione possiederà le macchine, lo 0,9% le gestirà e il 99% sarà addetto al poco lavoro non automatizzato o giacerà nell’abisso della disoccupazione”. Non sappiamo se tale scenario si realizzerà. Tutti ci auguriamo di no. Ma gli auguri non bastano. E Sapelli offre un’alternativa: dar vita a un’altra forma di rapporti di produzione all’insegna di un socialismo comunitario in grado di ricostruire ciò che il mercato finanziario ha distrutto in questi ultimi decenni. I punti di riferimento sono il principio di sussidiarietà dei mercati, la filosofia pratica dei beni comuni, il mondo no profit, quello cooperativo e “lo scandalo evangelico dell’utopia”. Un sogno? Nient’affatto. Già oggi convivono nella nostra società diversi modi di produzione e il capitalismo non ha solo il volto del “capitalismo finanziario neo-schiavistico” nel quale viviamo. Gli esempi non mancano. E Sapelli chiude il suo affresco della nostra contemporaneità ricordando con un appassionato e dotto ritratto l’esempio forse più importante: la figura di Adriano Olivetti e la sua idea di comunità. Dal pensiero di questo illuminato imprenditore si può ancora oggi attingere per ricostruite una società più umana, più giusta e più plurale.

Patrizio Paolinelli, Via Po economia, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 20 giugno 2018.

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