Il neo-protestantesimo cambierà il nostro modo di fare politica?

Il mediologo Régis Debray ha pubblicato un breve scritto, a metà tra il saggio e il pamphlet, intitolato Il nuovo potere. Macron, il neo-protestantesimo e la mediologia (Angeli, Milano, 2018, 92 pagg., 13,00 euro). Con questo intervento lo studioso francese sostiene una tesi assai interessante: l’etica protestante sta influenzando la cultura politica europea in misura così profonda da segnare una netta cesura tra il passato e il presente. Ogni volta che si parla di etica protestante il pensiero corre a Max Weber. Ma il sociologo tedesco è secondario nel ragionamento di Debray. Il quale più che alla ricerca delle radici dei comportamenti sociali osserva come l’ideologia dell’e-economy stia conquistando il Vecchio Continente. L’intento di Debray non è quello di smascherare tale ideologia ma di verificarne le conseguenze. Una di queste è l’affermazione di un neo-protestantesimo che ha favorito l’elezione di Macron all’Eliseo. E lo ha favorito perché insolente, principiante, giovanilista e dall’esile cursus honorum (parole di Debray). Ma attenzione, tali termini non vanno intesi in maniera offensiva. L’insolente è colui che ha il coraggio di osare, il principiante ispira fiducia e il giovanilismo è un prodotto che in Francia pare funzionare bene (anche in Italia e non solo, si poterebbe aggiungere). In quanto alla ridotta carriera negli uffici pubblici è meglio così perché assegna al personaggio un’aura di purezza ed entusiasmo.

Come si vede c’è molta ideologia californiana in questo ritratto di Macron. Ideologia secondo la quale lo Stato è lento e burocratico mentre la società civile è veloce e dinamica. Tanto veloce e dinamica che ha a cuore un solo interesse: il business. D’altra parte anche in politica ormai si stipulano “contratti” tra candidati ed elettori. Una delle preoccupazioni principali dei partiti diventa allora la trasparenza. Mentre, nota Debray, il potere è per sua natura opaco così come ricordava il generale De Gaulle: “Il prestigio non può prescindere dal mistero, perché rispettiamo poco ciò che conosciamo bene”. Nonostante l’autorevolezza della citazione per Debray la Francia va in direzione opposta grazie all’affermazione del neo-protestantesimo. Tant’è che, per esempio, esiste un’organizzazione internazionale, la Transparency International, fondata a Berlino da un ex direttore della Banca Mondiale, con sede a Washington e finanziata da una serie di multinazionali che, tra l’altro, si occupa di misurare i tassi di corruzione delle singole nazioni (esiste anche una sezione italiana di tale organizzazione diretta da uomini d’impresa). E guarda un po’ i paesi più zelanti sono tutti protestanti: quelli scandinavi, la Svizzera, la Germania e la Nuova Zelanda. Macron incarna questa tendenza all’Open State del nuovo modello di potere. Annota Debray: “Su una scena mediatica votata al narcisismo, al voyeurismo e all’esibizionismo, il mostrarsi incorruttibili obbliga ogni membro della società a raddoppiare le acrobazie”. E a proposito di acrobazie alcuni mesi fa la Première Dame Brigitte Macron ha ottenuto dal marito un ruolo ufficiale all’Eliseo sancito da una “Charte de transparence relative au statut du conjoint du Chef de l’Etat” pubblicamente disponibile.

Che nel valore della trasparenza, così importante per i neo-protestanti, ci sia molta, moltissima propaganda è fuor di dubbio. Ad esempio in Germania l’evasione fiscale è impressionante, vale circa il 16% del Pil, mentre è notorio che la Svizzera sia da lungo tempo la cassaforte della criminalità mondiale e che l’evasione fiscale rappresenti la regola nella Silicon Valley (nonostante debba la sua esistenza agli interventi dello Stato). Insomma basta grattare un po’ e i protestanti si rivelano assai più levantini di quanto non appaiano a prima vista. Tutto ciò però non è preso in considerazione da Debray. E dalla sua prospettiva è comprensibile in quanto per il mediologo francese stiamo assistendo all’affermazione di un nuovo sistema di valori grazie al quale la sincerità del singolo è più importante di un criterio impersonale di verità. Questo passaggio ha tra i suoi tanti effetti quello di depoliticizzare la politica e di destoricizzare la realtà. Tra breve l’Amministrazione sostituirà il Governo?

Il neo-protestantesimo ha la sua camera di incubazione negli USA e sul piano culturale ha messo a segno numerosi colpi: la nascita dei concetti di società dell’accesso (dove tutti possono fare tutto senza intercessioni) e di disintermediazione digitale (abolizione di gerarchie e prescrizioni dall’alto); il nomadismo (l’evangelico può rendere grazie a Dio ovunque “come Steve Jobs armeggiando nel suo garage”); il denaro è inteso sempre più come un segno d’elezione (Calvino resta protagonista); il multiculturalismo e il relativismo sono credi ben accetti; l’emancipazione della donna è sostenuta (sin dal diciottesimo secolo i quaccheri abolirono il monopolio maschile della predicazione e i primi paesi a concedere il diritto al voto alle donne erano luterani: Finlandia, Norvegia, Danimarca e Islanda).

Allo stesso tempo la Chiesa Cattolica vede da parecchio tempo ridurre la propria influenza nella vecchia Europa. In Francia, fa notare Debray, ogni dieci giorni si inaugura un nuovo luogo di culto evangelico e vicino Parigi ha da poco aperto il primo tempio della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Non basta. Il padre spirituale di Emmanuel Macron è stato il filosofo francese di confessione protestante Paul Ricœur. Il cui pensiero, criticato sommariamente in più punti da Debray, ha fatto da ponte tra le due sponde dell’Atlantico e all’interno della Francia tra una parte del centrosinistra e una parte del centrodestra. Risultato? Una politica che guarda più alla dialettica dell’io/tu che a quella del noi/loro. Funzionerà? Al momento sembra di sì e la presidenza Macron sta lì a dimostrarlo. Ma da qui a pensare che tutto filerà liscio per il successo del neo-protestantesimo in ogni angolo d’Europa ce ne passa. Ed è lo stesso Debray a mostrarsi dubbioso: “Resta da vedere se siamo entrati in un’era post-politica, in cui la governance potrebbe prendere il posto del governo e l’economicismo dell’ecumenismo, o se il tempo di lievitazione post-politico non sia che una breve parentesi pre-politica, chiamata a trovare il giorno nuovo, come uno spettro invocato invano, il bad business as usual di un tragico ordinario che non invecchia mai, da nessuna parte”.

Patrizio Paolinelli, Via Po cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 20 ottobre 2018.

Via Po del 20 ottobre 2018

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