Così disse Céline ai suoi manutengoli

cover__id1774_w800_t1478165255-jpgCarteggi. Oltre duecento «Lettere agli editori» scelte da Quodlibet tra quelle che l’autore del «Voyage» invia, fra il ’32 e il ’61: rigurgiti di odio verso quelli che considera «infami pescecani»

L’epistolario di Louis-Ferdinand Céline non è una didascalia né una integrazione dei romanzi ma ne è, viceversa, la traccia itinerante così come il banco di prova. Non è un caso che il suo maggiore studioso, Henri Godard, abbia nel 2009 curato per la Pléiade, in collaborazione con Jean-Paul Louis, il volume delle Lettres (1907-1961) che pur costituendone una scelta consta di qualcosa come duemila pagine.

Esoso e sorprendente bilancio per un individuo bollato di tetraggine, di preconcetta ostilità agli umani e di inguaribile misantropia, il suo epistolario si profila come uno sfogatoio e, insieme, come una necessaria barra di appoggio, quasi una violazione del silenzio che intanto incuba il rancore, vero e proprio soundtrack della sua vita quotidiana e di una ispirazione che si manifesta per rigurgiti dell’odio. Scrisse infatti al momento dell’esordio, rendendo omaggio a Zola, tra i pochi cui riconoscesse l’onestà dello sguardo e una parola veridica, che la musica del suo stile, un argot da piccola gente, era potuta scaturire soltanto dall’odio.

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Viaggio al termine di Céline

downloadA quasi cinquant’anni di distanza dalla prima edizione francese è oggi disponibile nelle librerie italiane “La morte di Céline” di Dominique de Roux (1935–1977), Lantana editore, 2015, 132 pagg., 16 euro, a cura di Andrea Lombardi, traduzione di Valeria Ferretti. A differenza di quel che lascia presumere il titolo non si tratta di una ricostruzione degli ultimi giorni di Céline a Meudon. Al contrario, “La morte di Céline” è una biografia. Ma una biografia molto particolare: emotiva, poetica, partigiana, scritta con uno stile che alcuni ritengono céliniano, altri no e comunque assai incline a cedere al fascino della leggenda che lo stesso Céline costruì intorno a se stesso più che alla realtà storica. Come noto, all’indomani dello straordinario successo del “Viaggio al termine della notte”, Céline offrì una vita immaginaria ai giornalisti e al pubblico che bramavano di conoscere l’oscuro medico della banlieue diventato all’improvviso una celebrità letteraria. A chi gli domandava del suo passato Céline fantasticava di un’infanzia rubata dalla miseria, di una ferita alla testa procurata in combattimento durante la Grande Guerra, di quattro anni di lavoro come operaio nelle officine Ford e via di questo passo finché arrivò a ingannare persino se stesso e a credere alle proprie fantasie. Continua a leggere

L come lavoro. Un precario di nome Ferdinand

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Cover Céline's big band 2Ognuno ha i suoi motivi per amare Céline. I miei sono essenzialmente due: la sua visceralità e la sua attualità. La visceralità alberga nell’inimitabile scrittura dell’autore del Voyage. L’attualità nella sua guerra contro gli effetti deleteri della modernità. I due motivi non si escludono l’uno con l’altro. Al contrario, è la loro integrazione che rafforza il rifiuto del mondo così com’è. La forma politica di tale rifiuto assume in Céline contorni drammatici a causa della sua adesione al nazismo. Eppure, all’apparire del Voyage e di Morte a credito, Céline riesce a scuotere qualsiasi lettore indipendentemente dall’appartenenza ideologica. Successivamente, persino i libelli antisemiti e anticomunisti – pieni zeppi di pregiudizi e luoghi comuni tipici del piccolo-borghese arrabbiato – contengono pagine di autentica poesia a cui difficilmente si può restare insensibili.

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T comme travail. Un précaire du nom de Ferdinand

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Chacun a ses raisons pour aimer Céline. Les miennes sont essentiellement deux : sa viscéralité et son actualité. La viscéralité loge dans l’inimitable écriture de l’auteur du Voyage. L’actualité, dans sa guerre contre les effets délétères de la modernité. Les deux raisons ne s’excluent pas l’une l’autre. Au contraire, c’est leur intégration qui renforce le refus du monde comme il est. La forme politique d’un tel refus prend chez Céline de dramatiques contours à cause de son adhésion au nazisme. Cependant, à l’apparition du Voyage et de Mort à crédit, Céline réussit à secouer n’importe quel lecteur in dépendamment de son appartenance idéologique. Successivement, même les libelles antisémites et anticommunistes – pleins à craquer de préjugés et de lieux communs typiques du petit bourgeois en colère – contiennent des pages d’authentique poésie à laquelle on peut difficilement rester insensible.

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Scruter/Observer. L’appréhension du réel chez Céline et Proust

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Céline par Gen Paul – Proust par Van Dongen

Appréhender c’est se saisir de quelque chose par l’esprit ou par les sens, mais c’est aussi craindre, redouter.
Chez Céline la saisie du réel – qu’il englobe le monde extérieur ou les êtres humains- ne va pas sans quelque crainte ou appréhension:
«La nature est une chose effrayante…»
«C’est des hommes et d’eux seulement qu’il faut avoir peur, toujours. » (Voyage au bout de la nuit).
Car le héros célinien ne s’en tient pas au simple paraître : il creuse de l’œil le réel, va au-delà des apparences, comme pour en découvrir la face cachée ; il passe de l’autre côté du décor. Le réel est appréhendé dans sa profondeur. Tant il est vrai que l’une des premières expériences du narrateur est inséparable de celle de la guerre: un univers chamboulé, creusé par les obus, les bombes, une terre retournée avec une ligne de bataille semée de trous de marmites. Continua a leggere

Ferdinand, un chevalier des Temps Modernes

célineVoyage au bout de la nuit, paru en 1932 et premier roman de L.F.Céline, met en scène un jeune homme de vingt ans, Bardamu, qui s’engage dans l’armée et se retrouve dans les Flandres, héros malchanceux de la guerre 14/18. Réformé, il s’embarque pour l’Afrique plus pour échapper à cette « boucherie héroïque » que pour tenter sa chance dans l’exploitation du caoutchouc; mais, vaincu par le climat, il se retrouve en Amérique où, en quête d’un emploi, il se fait embaucher aux usines Ford. Continua a leggere

Il falso censore e il reprobo collaborazionista

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Céline con la lupa Bessy e il gatto Bébert durante l’esilio in Danimarca

Nel gergo comune il termine “perverso” ha assunto nel corso del tempo una connotazione totalmente negativa, usato non senza un fondamento nella maggior parte dei casi per descrivere soggetti dediti a pratiche sessuali particolari, devianti, fuori norma o percepite come bizzarre e pericolose. Dire “è un perverso” segna una mescolanza dei termini clinici col linguaggio comune che li utilizza con valenze che in molti casi si discostano molto dalla radice originaria. Perverso e perversione sono un esempio attuale di questa traduzione dal linguaggio clinico al gergo contemporaneo. Continua a leggere