Terrorismo di Stato in America Latina

Parlano Paula Monteiro e Marc Iglesias, autori del documentario «Estados clandestinos». «I protagonisti sono i sopravvissuti di un gruppo di militanti uruguayani del Partido por la Victoria del Pueblo i quali, dopo il colpo di Stato del 1973 nel loro paese, vanno in esilio a Buenos Aires e là si organizzano per resistere alla dittatura uruguayana»

Il documentario “Estados clandestinos. Un capítulo rioplatense de la Operación Condor” è una testimonianza eccezionale sulla cooperazione poliziesca nella repressione attuata fra le dittature sudamericane negli anni 1970. Si riferisce a uno dei pochi episodi del «Plan Cóndor» con persone sopravvissute. Le quali, in prima persona, guardano nella telecamera e raccontano la propria storia. Dodici episodi. Ventiquattro testimoni. Dieci anni di lavoro. L’America del Sud sotto il tallone delle dittature militari. Migliaia di desaparecidos, assassinati, torturati. All’appello della memoria rispondono nuove generazioni di cronisti e militanti. Fra questi Paula Monteiro e Marc Iglesias, autori dell’eccellente documentario.

«I protagonisti sono i sopravvissuti di un gruppo di militanti uruguayani del Partido por la Victoria del Pueblo i quali, dopo il colpo di Stato del 1973 in Uruguay, vanno in esilio a Buenos Aires e là si organizzano per resistere alla dittatura uruguayana», racconta Marc nell’intervista con Alias. «Nel 1976, quando in Argentina arriva al potere Videla con un colpo di Stato, inizia la brutale repressione di questi attivisti, con un evidente coordinamento fra le dittature rioplatensi», aggiunge riferendosi a uno dei pochi casi, nell’operazione Cóndor, in cui alcune vittime siano sopravvissute. La peculiarità accresce il valore documentale al film, che sta raccogliendo consensi in diversi festival internazionali.

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Charles Burnett, combattere il razzismo è lotta di classe

Charles Burnett

L’America di Trump. Conversazione col cineasta protagonista della new wave black degli anni ’70

Parigi. Tutto comincia negli anni Sessanta, dalle marce di protesta vincenti, dalle rivolte, dai leader assasinati come Martin Luther King e Malcolm X. È allora, più o meno, che Charles Burnett, ragazzo del sud cresciuto nel ghetto nero di Los Angeles arriva all’UCLA, il campus d’eccellenza californiano, facoltà di cinema e televisione, dove incontra altri giovani african american che con lui condividono il desiderio di raccontare la propria storia in modo indipendente.
Haile Gerima, Julie Dash, Larry Clark insieme a Burnett diventeranno protagonisti di una nuova onda di cinema a improvvisazione controllata, invenzione dell’ arte recitativa, e soprattutto libertà dagli stereotipi per una nuova, imprevista, immagine degli african american radicalmente politica nelle sue scelte estetiche e narrative. Una libertà che il mercato non perdona relegandoli all’esclusione, dimenticando ancora oggi, in epoca di Oscar african american quanto sia stata preziosa. Forse anche perché troppo «di classe».
Incontro Charles Burnett a Parigi, nei giorni del festival Cinéma du Reel, che gli ha dedicato una retrospettiva.
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Il miraggio della libertà nel mondo antico

Una scena dal film «Spartacus» di Stanley Kubrick con Kirk Douglas, 1960

Intervista con Orietta Rossini, curatrice della mostra «Spartaco. Schiavi e padroni a Roma», all’Ara Pacis

Il giurista Gaio, suddito dell’illuminato Marco Aurelio, divideva in due la specie umana: liberi e schiavi. Un sistema binario, nel probabile rapporto di sette a tre, raccontato crudamente all’Ara Pacis dalla mostra Spartaco. Schiavi e padroni a Roma, curata da Claudio Parisi Presicce, Orietta Rossini e Lucia Spagnuolo e visitabile fino al 17 settembre.

A UN CERTO PUNTO del percorso espositivo, l’attenzione è catturata da un contenitore bronzeo di profumi in forma di testa di schiavo, in prestito dal Louvre. È questa l’essenza di Roma: il profumo degli eletti costruito sul sudore insanguinato della maggioranza. L’Urbe segna l’origine del capitalismo. E infatti poggiava i piedi sullo schiavismo. «L’idea è nata al museo archeologico di Madrid, dopo aver visto le catene in ferro rinvenute nelle miniere romane – racconta Orietta Rossini – Quando sono giunti all’Ara Pacis i due reperti esposti, l’archeologa accompagnatrice mi ha detto che i restauratori avevano individuato evidenti tracce di resti organici impresse nel ferro».

 

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Tramonto dell’American Dream nelle strade desolate di Utica

Lech Kowalski

Cinema. Intervista a Lech Kowalski, che racconta gli Stati uniti sottoproletari protagonisti del suo film «I Pay for Your Story»

Per il suo ultimo documentario – I Pay For Your Story, che ha appena presentato nel concorso internazionale di Visions du Réel – Lech Kowalski è tornato nella cittadina in cui ha passato buona parte della sua infanzia: Utica, nello Stato di New York. Una città oggi molto diversa dagli anni Sessanta in cui il regista, figlio di immigrati polacchi, ci viveva con la sua famiglia: da centro «blue collar» dell’industria tessile Utica è diventata un luogo povero, in cui «si può osservare il processo di corrosione del grande American Dream», dice Kowalski nel suo film. I protagonisti sono proprio i suoi abitanti più poveri – ex detenuti che non riescono a trovare lavoro, tossicodipendenti e intere famiglie senza prospettive – che il regista paga in cambio della loro storia. «Le loro sono le vere storie americane», spiega: quelle che consentono di capire cosa stia realmente accadendo negli Stati Uniti di oggi, dove Kowalski non girava dal 2005 del documentario Diary of a Married Man (tutti i suoi lavori si possono acquistare e vedere in streaming sul sito http://www.lechkowlaski.com). Oggi invece il regista sta girando in Francia, dove vive da tempo: «Il nuovo documentario riguarda un gruppo di operai che lavoravano in una fabbrica che ha chiuso , un problema che in Europa sta diventando rilevante quanto lo è negli Stati Uniti. Mi sono trasferito nella loro comunità nel nord della Francia, dove vivrò e girerò per un anno circa».Una «vera storia» francese in fondo non distante da quelle di I Pay For Your Story, in quanto apre uno spiraglio sul dissesto sociale che – in Europa come in America – ha contribuito all’ascesa di forze oscure.

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Noam Chomsky: «Con Trump rischiamo la guerra atomica»

Noam Chomsky

America Again. Intervista al filosofo americano: «Missili in Siria e Moab in Afghanistan, è l’America First. Il messaggio è che i brillanti risultati del Pentagono in 8 settimane superano quelli di Obama in 8 anni»

«Per la prima volta nella storia dell’umanità viviamo una situazione pericolosissima che rischia la stessa sopravvivenza della specie umana. Parlo della capacita mostruosa odierna di uccidere da parte degli Stati Uniti. Grazie al progetto iniziato anche con l’amministrazione Obama ed ora finito nelle mani di Trump, per l’ammodernamento tecnologico nucleare che ha raggiunto livelli radicalmente superiori all’arsenale nucleare russo quale deterrente. I margini si sono assottigliati al punto che non si può escludere una catastrofe nucleare».

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Labirinti di strade da conquistare

holm_andrej_c_andreas_labesIntervista con il sociologo tedesco Andrej Holm sul diritto all’abitare

Si potrebbe parlare di «nuovo maccartismo», questa volta al servizio della speculazione immobiliare. Dopo le dimissioni dall’incarico di Segretario di stato per la casa nel Senato della capitale tedesca, il sociologo Andrej Holm ha appena presentato ricorso contro la decisione della Humboldt Universität di cancellare il suo contratto di ricercatore (ne ha dato notizia Jacopo Rosatelli su queste pagine). Abbiamo conversato con Holm che ha accettato di raccontarci la sua storia.

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