Luis Sepúlveda racconta

Luis Sepúlveda

Intervista allo scrittore che presenta il libro «Storie Ribelli» nell’ambito del festival Pordenonelegge. Dal golpe di Pinochet alla condizione di apolide, quarant’anni di vita personale e non solo

«Così diceva la prima pagina del Manifesto e il giornale amico mi è caduto di mano mentre camminavo su una strada di Rapolano, vicinissimo a Siena». Con queste parole inizia il capitolo in cui Luis Sepúlveda ricorda la scomparsa del suo amico «Manolo», ovverosia Manuel Vázquez Montalbán. Ma in quelle 300 pagine di Storie Ribelli (Guanda), che lo scrittore cileno presenterà in anteprima domenica 17 a Pordenonelegge, ci sono anche tante altre storie, personaggi, fatti (perfino il rapimento di Giuliana Sgrena e l’uccisione di Nicola Calipari). Ci sono, insomma, i racconti di una lunga vicenda umana, politica e civile. Ne parliamo con l’autore.

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Nella Casa dei sogni dove scorre la storia di tutti

«Il ministero della suprema felicità» di Arundhati Roy, per Guanda. Il ritorno al romanzo dell’autrice indiana a vent’anni da «Il dio delle piccole cose»

Circola una strana, imprevista e imprevedibile felicità nel romanzo con cui Arundhati Roy ritorna alla scrittura narrativa a venti anni di distanza da Il dio delle piccole cose, pubblicato nel 1997 in Italia sempre da Guanda. A partire già dal titolo, Il ministero della suprema felicità, nonostante sia dedicato agli inconsolabili e nonostante le questioni affrontate in esso: l’India contemporanea, ancora una volta, con tutte le sue infinite declinazioni di religioni, caste e varie forme di intoccabilità, le battaglie dei contadini contro i progetti che li cacciano dalle loro terre, il Kashmir e la lunga guerra terribile e atroce ancora in corso, descritte con una coralità nonostante tutto lieve e, a volte, sorridentemente ironica, in cui i molti personaggi del romanzo sono toccati da una determinazione alla felicità che li rende cari e preziosi a chi legge.

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Zadie Smith, lo stretto legame tra politica e letteratura.  Intervista con la scrittrice vincitrice del premio Hemingway

Dopo il successo di Denti bianchi (Mondadori) che 15 anni fa le ha garantito un posto di rilievo all’interno del panorama letterario internazionale, Zadie Smith è oggi una quarantenne che continua a interrogarsi sulla scrittura e sull’urgenza di affrontare temi sociali. Lo ha fatto anche a Lignano Sabbiadoro pochi giorni fa, in occasione del premio Hemingway per la Letteratura 2017, quando ha ricordato duramente l’incuria con cui è stato costruito l’edificio di Londra «per poveri» andato a fuoco mietendo oltre cento vittime – per risparmiare non erano stati usati materiali ignifughi.

Anche in questo suo ultimo volume, Swing Time (Mondadori), utilizza la narrazione per conciliare questioni di carattere personale con quelle più generali che riguardano tutti noi ma di cui spesso ci si dimentica. Numerosi sono i passaggi in cui le singole storie veicolano una più vasta comprensione del mondo.

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Luciano Bianciardi. Quella vita agra di un «fuori posto»

Un percorso di letture ne ricorda lo spessore umano e intellettuale, attraverso tre densi saggi di Arnaldo Bruni, Carlo Varotti ed Elisabetta Francioni. Dalle lotte operaie alle preziose traduzioni, fu oppositore critico e infaticabile dei facili entusiasmi. Quest’anno ricorrono i sessant’anni del suo famoso «Il lavoro culturale», un testo ancora attuale

Michel David, l’autore del monumentale studio sulla Psicoanalisi nella cultura italiana, mi descrisse in un colloquio Luciano Bianciardi nei termini di un «cinghiale selvaggio» della sua Maremma. Per contro, Enzo Jannacci, nell’affettuoso ritratto consegnato al regista Francesco Falaschi, nel cortometraggio della sua biografia bianciardiana, Addio a Kansas City, dice dello scrittore: «sembrava un impiegato di banca».

I due giudizi forse meglio di altro sintetizzano il fuori posto, da cui il grossetano emigrato a Milano si è trovato a vivere. Se all’uomo di spettacolo che cantava degli eroi strampalati della «Banda dell’ortica» appariva troppo borghese, al fine letterato appariva eccentrico per motivi opposti.

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Eppur si muore. Yves Bonnefoy e i sepolcri di Ravenna

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Yves Bonnefoy, © 2008 Derek Hudson

Ravenna, città di tombe

Il lutto si addice a Elettra, i sepolcri a Ravenna (ma Foscolo lo sapeva?). «Tante sono le filosofie che hanno voluto rendere conto della morte, ma credo che nessuna mai abbia considerato i sepolcri. Lo spirito che s’interroga sull’essere, ma ben di rado sulla pietra, si è distolto da queste pietre, così due volte abbandonate all’oblìo». Così scriveva Yves Bonnefoy, poeta e saggista, vincitore del premio Goncourt per la poesia, scomparso il 1° luglio di quest’anno, alla bell’età di novantatré anni, in Les Tombeaux de Ravenne (1), divenuto in seguito uno dei capitoli de L’Improbable, testo uscito in Francia nel 1959 (2) Ravenna, invece, i sepolcri li considera eccome, e, in questo, la nostra città sta alla pari con la grande civiltà dei morti, l’Egitto (qualche anno fa si tenne una mostra dal titolo Kemet, che forse all’epoca rese alcuni dubbiosi, ma che in quest’ottica non appare affatto peregrina (3): «Vi è […] un principio del seppellire, che dall’Egitto a Ravenna, e fino a noi, governa gli uomini con una certa costanza». Il grande difetto della nostra civiltà è il «rifiuto profondo della morte» (e della rovina, come ha scritto in un libro la mia amica Virginia Cardi (4). Per Bonnefoy, questo è un sintomo «evidente […] d’una fuga»: «Poiché – lo si voglia o no – in questo mondo si muore, e per negare il destino l’uomo ha costruito» una «dimora fatta di parole, ma eterna», nel tentativo di placare «l’inquietudine originaria», cercando di «mascherare la morte» (5).

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Natura e funzione della poesia

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Il secolo di Baudelaire di Yves Bonnefoy, un saggio del grande poeta francese

C’è ancora spazio per la poesia nel mondo d’oggi? Sì, ma è marginale nel mercato editoriale e il poeta paga forse più di altri l’attuale contrazione del ruolo sociale dell’intellettuale. Dobbiamo dunque attenderci che prima o poi il lungo canto del cigno della poesia faccia ascoltare la sua voce per un ultima volta e poi più nulla? Il rischio c’è e nella sua opera, “Il secolo di Baudelaire” (Moretti & Vitali, 2016, 235 pagg. 18,00 euro), il poeta e saggista francese Yves Bonnefoy dichiara senza mezzi termini: “E’ in gioco la poesia”. La questione, si sa, è annosa. Ma il modo di affrontarla da parte di Bonnefoy non è di quelli da passare inosservati. Al contrario, “Il secolo di Baudelaire” è un testo di tale densità, problematicità e sensibilità che non è difficile prevedere sia destinato a durare a lungo nel tempo. D’altra parte, Bonnefoy (scomparso a Parigi nel luglio di quest’anno a 93 anni) è stato uno dei più importanti poeti francesi del ‘900, diverse volte candidato al Nobel, autore di studi fondamentali sulla poetica e traduttore di Shakespeare, Donne, Keats, Yeats, Petrarca, Leopardi, Pascoli.

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Tiziano Sclavi, dopo il silenzio

downloadIl creatore di Dylan Dog, un grande appassionato di Dylan Thomas, pronto a un lungo silenzio stampa concede l’intervista al manifesto per aver votato comunista tutta la vita

A tratti Dog ricorda Thomas. Entrambi dannati e donnaioli. Tutti e due affascinati dal mistero e dalla morte. Entrambi, soprattutto, di nome fanno «Dylan». E almeno quest’ultima non è una coincidenza. Ne parla al manifesto Tiziano Sclavi, fumettista e scrittore, papà dell’ «investigatore dell’incubo» e grande appassionato delle poesie e della vita di Dylan Thomas. Al punto che era solito attribuire a tutte le bozze dei suoi personaggi il nome «Dylan» in onore, appunto, del poeta gallese.

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