Eppur si muore. Yves Bonnefoy e i sepolcri di Ravenna

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Yves Bonnefoy, © 2008 Derek Hudson

Ravenna, città di tombe

Il lutto si addice a Elettra, i sepolcri a Ravenna (ma Foscolo lo sapeva?). «Tante sono le filosofie che hanno voluto rendere conto della morte, ma credo che nessuna mai abbia considerato i sepolcri. Lo spirito che s’interroga sull’essere, ma ben di rado sulla pietra, si è distolto da queste pietre, così due volte abbandonate all’oblìo». Così scriveva Yves Bonnefoy, poeta e saggista, vincitore del premio Goncourt per la poesia, scomparso il 1° luglio di quest’anno, alla bell’età di novantatré anni, in Les Tombeaux de Ravenne (1), divenuto in seguito uno dei capitoli de L’Improbable, testo uscito in Francia nel 1959 (2) Ravenna, invece, i sepolcri li considera eccome, e, in questo, la nostra città sta alla pari con la grande civiltà dei morti, l’Egitto (qualche anno fa si tenne una mostra dal titolo Kemet, che forse all’epoca rese alcuni dubbiosi, ma che in quest’ottica non appare affatto peregrina (3): «Vi è […] un principio del seppellire, che dall’Egitto a Ravenna, e fino a noi, governa gli uomini con una certa costanza». Il grande difetto della nostra civiltà è il «rifiuto profondo della morte» (e della rovina, come ha scritto in un libro la mia amica Virginia Cardi (4). Per Bonnefoy, questo è un sintomo «evidente […] d’una fuga»: «Poiché – lo si voglia o no – in questo mondo si muore, e per negare il destino l’uomo ha costruito» una «dimora fatta di parole, ma eterna», nel tentativo di placare «l’inquietudine originaria», cercando di «mascherare la morte» (5).

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Natura e funzione della poesia

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Il secolo di Baudelaire di Yves Bonnefoy, un saggio del grande poeta francese

C’è ancora spazio per la poesia nel mondo d’oggi? Sì, ma è marginale nel mercato editoriale e il poeta paga forse più di altri l’attuale contrazione del ruolo sociale dell’intellettuale. Dobbiamo dunque attenderci che prima o poi il lungo canto del cigno della poesia faccia ascoltare la sua voce per un ultima volta e poi più nulla? Il rischio c’è e nella sua opera, “Il secolo di Baudelaire” (Moretti & Vitali, 2016, 235 pagg. 18,00 euro), il poeta e saggista francese Yves Bonnefoy dichiara senza mezzi termini: “E’ in gioco la poesia”. La questione, si sa, è annosa. Ma il modo di affrontarla da parte di Bonnefoy non è di quelli da passare inosservati. Al contrario, “Il secolo di Baudelaire” è un testo di tale densità, problematicità e sensibilità che non è difficile prevedere sia destinato a durare a lungo nel tempo. D’altra parte, Bonnefoy (scomparso a Parigi nel luglio di quest’anno a 93 anni) è stato uno dei più importanti poeti francesi del ‘900, diverse volte candidato al Nobel, autore di studi fondamentali sulla poetica e traduttore di Shakespeare, Donne, Keats, Yeats, Petrarca, Leopardi, Pascoli.

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Tiziano Sclavi, dopo il silenzio

downloadIl creatore di Dylan Dog, un grande appassionato di Dylan Thomas, pronto a un lungo silenzio stampa concede l’intervista al manifesto per aver votato comunista tutta la vita

A tratti Dog ricorda Thomas. Entrambi dannati e donnaioli. Tutti e due affascinati dal mistero e dalla morte. Entrambi, soprattutto, di nome fanno «Dylan». E almeno quest’ultima non è una coincidenza. Ne parla al manifesto Tiziano Sclavi, fumettista e scrittore, papà dell’ «investigatore dell’incubo» e grande appassionato delle poesie e della vita di Dylan Thomas. Al punto che era solito attribuire a tutte le bozze dei suoi personaggi il nome «Dylan» in onore, appunto, del poeta gallese.

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La scrittura faceta. Un saggio sull’umorismo letterario di Giancarlo Alfano

cqnjuqcwgaafgc8L’umorismo non fa ridere a crepapelle, tutt’al più suscita un sorriso o al massimo una breve e contenuta risata. Parente stretto della comicità ma, a differenza di questa, l’umorismo richiede sempre arguzia, stile e un modo di pensare raffinato che induce alla riflessione. Già da questa prime precisazioni si intuisce quanto l’umorismo sia un oggetto ricco di implicazioni e difficile da catalogare. Tant’è che Giancarlo Alfano gli ha dedicato un ponderoso volume intitolato L’umorismo letterario. Una lunga storia europea (secoli XIV-XX), (Carocci, Roma, 2016, 351 pagg., 29,00 euro). Il lavoro di Alfano è complesso e come lo stesso autore ci avvisa si occupa di tre problemi costitutivi della storia culturale europea: “la definizione della soggettività moderna attraverso la scrittura; il legame tra discorso faceto e obblighi sociali nelle varie forme della conversazione privata; un’estetica della compartecipazione e della risposta del lettore, particolarmente tipica dell’umorismo”.

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Un’estate con Proust

image_bookCiò che in genere caratterizza i libri da leggere sotto l’ombrellone è la leggerezza. Ma c’è leggerezza e leggerezza. Da un lato, può significare superficiale passatempo. In questo caso è il libro che sceglie il lettore in virtù della promozione commerciale e il testo costituisce soprattutto un antidoto alla noia. Dall’altro lato, la leggerezza può significare intrattenimento intelligente. In quest’altro caso è il lettore che sceglie il libro in base a un effettivo bisogno culturale e il testo costituisce una fonte di arricchimento personale. A questa seconda categoria di libri da leggere in spiaggia appartiene senz’altro Un’estate con Proust (a cura di Laura El Makki, Carocci, 2015, 214 pagg., 15,00 euro). Il volume è un piccolo e gustoso tascabile e costituisce la riduzione degli interventi di otto lettori d’eccezione che nell’estate del 2014 si sono succeduti ai microfoni di “France Inter” – una delle maggiori radio pubbliche francesi – per parlare dell’opera dell’autore della Recherche.

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La vera audacia della letteratura

Clara Usón

Un’intervista con la scrittrice spagnola Clara Usón, ospite al festival internazionale Taobuk di Taormina, dove presenta il suo ultimo libro «Valori», in Italia uscito per Sellerio. «L’unico dogma del XXI secolo è il profitto: i greci avevano le Erinni, noi i Mercati»

 

In Valori (edito da Sellerio), ultimo romanzo di Clara Usón – una delle migliori scrittrici spagnole che ha avuto un grande successo anche in Italia con La figlia, tradotto in tutta Europa e imperniato sul suicidio di Ana, figlia del generale serbo Mladic – una donna, direttrice di banca coinvolta in una delle tante truffe ai danni dei risparmiatori, intreccia il suo destino con quello del capitano Fermín Galán, protagonista nel 1930 di una rivolta a favore della Repubblica, con le crudeli stragi degli Ustascia durante la Seconda guerra mondiale; infine con l’esistenza di un gigolò per caso, disposto a tutto pur di sfuggire alla legge. Un’opera solida e raffinata, dalla struttura complessa, in cui si incrociano diversi piani temporali e che testimonia dell’ottima salute di cui gode oggi la narrativa spagnola. Abbiamo fatto qualche domanda all’autrice, in vista della sua partecipazione al festival internazionale di Taormina, Taobuk, dove parlerà il 14 settembre (ore 18) al Grand Hotel Timeo.

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Un umore reattivo e pugnace. L’idioma molesto, un volume sul razzismo di Emilio Cecchi

PischeddaCecchiChirurgica e implacabile. Così può essere definita la monografia di Bruno Pischedda intitolata “L’idioma molesto. Cecchi e la letteratura novecentesca a sfondo razziale” (Aragno, Torino, 2015, 313 pagg., 20,00 euro). A partire dalla “Nota di avvio” Pischedda dichiara le proprie intenzioni rispetto a colui che è considerato un maestro della prosa d’arte: “Nel breve intervallo tra un asterisco e l’altro (un ritmo da elzeviro, una parodia seria), ciò che di Cecchi si desidera valutare è l’atteggiamento, la cifra intellettuale, il ruolo ricoperto nel dibattito contemporaneo: sono, in altre parole, i modi tramite cui eccessi xenofobi e spunti antisemiti, di solito considerati incidenti extraestetici, concorrono solidamente alla definizione di una scrittura e di una qualità letteraria”.
L’ouverture di Pischedda lascia intuire che il razzismo dell’autore di “Pesci rossi” non è, per quanto sconveniente, un trascurabile dettaglio. In effetti l’inchiesta di Pischedda non permette vie di fuga. E’ come un bisturi che pagina dopo pagina taglia, penetra, scopre l’idioma molesto della xenofobia nell’elegante fraseggio di Emilio Cecchi: il quale fu intimamente razzista e non smise mai di esserlo, neanche dopo la caduta del fascismo.

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