Il tunnel della paura si chiama austerità

«Dacci il nostro debito quotidiano» di Marco Bersani pubblicato da DeriveApprodi

Sul debito è costruita la narrazione della paura collettiva, le politiche di tagli e austerità, l’espropriazione finanziaria dei beni comuni, la precarizzazione della vita e del lavoro. Per Marco Bersani, già fondatore di Attac Italia e del comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi, la «truffa del debito» è il cuore della politica dei dominanti, oggi considerata inevitabile come l’Ananke, il destino degli antichi greci. In un libro agile ed efficace come Dacci il nostro debito quotidiano (DeriveApprodi, pp.172, euro 12), Bersani smonta la retorica del «non c’è alternativa» e prospetta un orizzonte opposto: «Di fronte a chi vuole disciplinate il futuro con il debito – scrive – si tratta di riaprire l’orizzonte delle possibilità».

IL PRIMO PASSO per decostruire l’ideologia del debito consiste nel dimostrare che il debito delle banche private è stato trasformato in debito pubblico degli Stati che, a loro volta, lo hanno scaricato sui cittadini. Questo è accaduto in particolare con la crisi dal 2008 a oggi, di cui Bersani ricostruisce genesi e dettagli. Se ora il debito dev’essere pagato da chi non lo ha contratto, allora che i cittadini si approprino degli strumenti finanziari e politici che permettono di conoscerlo e decidere cosa farne. Lo strumento si chiama audit popolare sul debito, un primo esperimento è stato fatto dal movimento «Decide Roma» sul gigantesco debito che soffoca la Capitale.

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Gerusalemme, unita a parole ma sempre divisa

Gerusalemme, maggio 2015. Nazionalisti israeliani alla Porta di Damasco (foto AFP)

Israele/Territori occupati. Il 10 giugno di 50 anni fa il ministro della difesa di Israele, Moshe Dayan, entrava nella città vecchia e proclamava che lo Stato ebraico non avrebbe mai rinunciato al controllo dell’intera città, anche della zona araba appena occupata militarmente. Viaggio a Gerusalemme Est dove discriminazioni e violazioni sono l’oggi di una città che Israele proclama unita e pacificata

«Questa mattina l’Idf (le forze armate, ndr) ha liberato Gerusalemme. Abbiamo riunito la Gerusalemme divisa, la capitale di Israele che era stata divisa in due. Abbiamo fatto ritorno ai nostri luoghi più sacri e siamo tornati per non abbandonarli mai più». Fu perentorio quel 10 giugno del 1967 il ministro della difesa israeliano Moshe Dayan. Poco prima era entrato nella città vecchia di Gerusalemme Est, araba, appena occupata militarmente, assieme al capo di stato maggiore Yitzhak Rabin e al comandante della regione centrale Uzi Narkis per suggellare la vittoria, rapida e devastante, delle forze aeree e di terra dello Stato ebraico sugli eserciti arabi. Parole come pietre quelle di Dayan. Se in questi cinquant’anni è andato avanti in Israele il dibattito se restituire, tutti o solo in minima parte, i territori palestinesi e arabi occupati nel 1967, su Gerusalemme i suoi leader politici hanno escluso la restituzione ai palestinesi della zona Est. «Dico al mondo intero e nel modo più chiaro possibile che Gerusalemme è stata e sarà sempre la capitale di Israele…Il Monte del Tempio (Spianata delle moschee, ndr) e il Muro occidentale (Muro del pianto, ndr) rimarranno sempre sotto la sovranità israeliana», ha proclamato il mese scorso il premier Benyamin Netanyahu, alla vigilia delle celebrazioni israeliane per il 50esimo anniversario della “riunificazione” di Gerusalemme. Celebrazioni culminate il 24 maggio nella Festa delle bandiere, quando decine di migliaia di israeliani, in maggioranza giovani e coloni giunti dagli insediamenti ebraici nella Cisgiordania occupata, hanno festeggiato l’anniversario con una marcia nelle strade di Gerusalemme Est e della Città Vecchia.

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Occupare lo spazio, uccidere il tempo

Palestina/Israele 1967-2017. L’occupazione tridimensionale si fonda su una rete di checkpoint, strade separate, permessi, muri, terre inaccessibili. Un sistema imprevedibile e arbitrario, i tratti tipici dei regimi coloniali

In questi giorni l’occupazione della Cisgiordania e Gaza compie 50 anni, più di venti dei quali segnati dal tentativo frustrato di implementare gli accordi di ‘pace’ (gli accordi di Oslo) che dal 1993 avrebbero dovuto creare le basi per la costituzione di uno Stato palestinese accanto allo stato israeliano, realizzando la visione di “due Stati per due popoli”.

In realtà, gli accordi di Oslo hanno prodotto soltanto un embrione asfittico di apparente sovranità palestinese in Cisgiordania, l’assedio permanente di Gaza e consentito nel frattempo il quasi completamento del progetto radicale di colonizzazione ebraica di tutta la Palestina (tranne Gaza) cominciato agli inizi del ‘900.

L’occupazione israeliana da Oslo in poi si è fatta più aggressiva, più divisiva, più pervasiva segnando ogni minuscolo aspetto della vita quotidiana della popolazione palestinese. I governi israeliani (non importa se di destra o di sinistra) hanno messo in atto una violenta politica di confisca delle terre palestinesi in Cisgiordania allo scopo di accelerare in modo drammatico la costruzione di nuovi insediamenti per i coloni.

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L’ananas spremuto

Manuel Noriega

Panama. Muore l’ex presidente-dittatore Manuel Noriega, grande alleato degli Usa nella lotta al “pericolo rosso” e poi disarcionato dall’invasione dei marines nel dicembre 1989

«La morte di Manuel Noriega chiude un capitolo della nostra storia». Così, il presidente di Panama, Juan Carlos Varela ha commentato in twitter la scomparsa dell’ex dittatore-presidente. Noriega, che i media Usa avevano soprannominato Faccia d’ananas (Cara de Piñas) per via del viso butterato dal vaiolo, aveva 83 anni. Era in coma a seguito di un’emorragia cerebrale, sopravvenuta dopo l’intervento per estirpargli un tumore benigno. Ha tenuto in pugno il paese dal 1983 all’89, forte della provata subalternità agli Stati uniti nella lotta al «pericolo rosso».

PER TRENT’ANNI agente della Cia e narcotrafficante, fra il 1980 e l’89 fece la sua parte nel foraggiare i Contras, gruppi paramilitari voluti dagli Usa per impedire che il Centroamerica seguisse la via cubana. In gran parte vecchi esponenti della Guardia Nacional fedeli all’ex dittatore nicaraguense Anastasio Somoza Dabayle, i Contras agivano in Honduras e nel Salvador, finanziati dagli Usa con i proventi del narcotraffico e della vendita illegale di armi (come emerse dallo scandalo Iran-Contras, detto anche Irangate). Compito principale dei Contras era quello di arroventare i confini, uccidendo figure importanti del sandinismo e della solidarietà internazionale.

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Terrorismo di Stato in America Latina

Parlano Paula Monteiro e Marc Iglesias, autori del documentario «Estados clandestinos». «I protagonisti sono i sopravvissuti di un gruppo di militanti uruguayani del Partido por la Victoria del Pueblo i quali, dopo il colpo di Stato del 1973 nel loro paese, vanno in esilio a Buenos Aires e là si organizzano per resistere alla dittatura uruguayana»

Il documentario “Estados clandestinos. Un capítulo rioplatense de la Operación Condor” è una testimonianza eccezionale sulla cooperazione poliziesca nella repressione attuata fra le dittature sudamericane negli anni 1970. Si riferisce a uno dei pochi episodi del «Plan Cóndor» con persone sopravvissute. Le quali, in prima persona, guardano nella telecamera e raccontano la propria storia. Dodici episodi. Ventiquattro testimoni. Dieci anni di lavoro. L’America del Sud sotto il tallone delle dittature militari. Migliaia di desaparecidos, assassinati, torturati. All’appello della memoria rispondono nuove generazioni di cronisti e militanti. Fra questi Paula Monteiro e Marc Iglesias, autori dell’eccellente documentario.

«I protagonisti sono i sopravvissuti di un gruppo di militanti uruguayani del Partido por la Victoria del Pueblo i quali, dopo il colpo di Stato del 1973 in Uruguay, vanno in esilio a Buenos Aires e là si organizzano per resistere alla dittatura uruguayana», racconta Marc nell’intervista con Alias. «Nel 1976, quando in Argentina arriva al potere Videla con un colpo di Stato, inizia la brutale repressione di questi attivisti, con un evidente coordinamento fra le dittature rioplatensi», aggiunge riferendosi a uno dei pochi casi, nell’operazione Cóndor, in cui alcune vittime siano sopravvissute. La peculiarità accresce il valore documentale al film, che sta raccogliendo consensi in diversi festival internazionali.

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Lo stato postmoderno dove regna la paura

«Terrore sovrano» di Marina Calculli e Francesco Strazzari per il Mulino. Il libro è un’ottima bussola per evitare le trappole della propaganda e i discorsi geopolitici reazionari, addentrandosi nel mondo arabo

Tra terrore ed entità statale esistono diversi nessi e proprio la storia degli stati arabi lo dimostra: la violenza – nel tempo – è stata utilizzata tanto per controllare territori, quanto per dare vita a nuove strutture di potere e per reclamare nuove forme di autorità e sovranità. Analogamente, il legame tra stato e terrore appare in grado di autoalimentarsi attraverso un rapporto ravvicinato tra la violenza usata per reprimere il terrore e la sospensione dei valori «liberali» delle nostre società, per creare «stati di eccezione» proprio in contrasto alla violenza dei terrorismi.

Se è vero che spesso si parla (specie in televisione) o si scrive con approssimazione su temi come islamismo, terrorismo, sovranità e territorio, è altrettanto realistico trovare pubblicazioni serie e articolate che finiscono per profondersi in «specialismi», dando vita ad analisi ricche e sicuramente originali, senza tenere conto però della concatenazione che esiste tra un determinato luogo, e tutto quanto vi accade, e processi in atto nel resto del mondo.

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Non ci sono più le classi sociali di una volta

Italia 2017. Rapporto annuale Istat: la relazione tra l’appartenenza di classe e l’identità sociale si è sfaccettata. Operai e borghesi sono classi esplose nella crisi. La zona grigia dove si intrecciano la precarizzazione degli uni e la proletarizzazione degli altri coinvolge ugualmente il lavoro autonomo freelance e ordinistico. Il presidente Istat Alleva: «La ripresa, a causa dell’intensità insufficiente della crescita economica, stenta ad avere gli stessi effetti positivi diffusi all’intera popolazione». E’ record di precariato e disuguaglianze, mentre crollano le nascite

Dieci anni di crisi hanno frammentato la classe operaia e la classe media e modificato il senso dell’appartenenza sociale. Il rapporto annuale dell’Istat, presentato ieri alla Camera dal presidente Giorgio Alleva, sostiene che la classe operaia ha perso il suo connotato univoco, mentre la borghesia si distribuisce su più gruppi sociali. La relazione tra l’appartenenza di classe e l’identità sociale si è sfaccettata e il reddito da lavoro non basta per definire capacità e disponibilità omogenee all’interno delle stesse classi sociali tradizionali.

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