La furia inarrestabile del mercato

«Presi per il Pil», una rigorosa storia del Prodotto interno lordo a firma di Lorenzo Fieramonti. Molte le proposte per misurare lo stato di salute dell’economia e della società

Le critiche teoriche avanzate nei confronti del Prodotto interno lordo (Pil) e le dimostrazioni pratiche della sua fallacia si vanno accumulando. Lorenzo Fioramonti, giovane economista approdato all’università di Pretoria e collaboratore del gruppo di ricerca «New Economy Foundation», le ha raccolte lungo la breve storia di «una delle più grandi invenzioni del XX secolo», secondo la definizione del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti. Dietro ad un titolo che vorrebbe essere scherzoso (Presi per il Pil. Tutta la verità sul più potente numero del mondo, L’asino d’oro, pp. 193, euro 20, con presentazione di Enrico Giovannini, già direttore dell’Istat e ministro con Letta), il volume ricostruisce rigorosamente l’evoluzione di un concetto che ha segnato la nostra epoca. Un sistema statistico che ha inventato la cifra con cui il discorso pubblico corrente indica il grado di sviluppo, progresso e benessere dell’intera società. Un sistema di contabilità che è diventato la base simbolica e retorica delle politiche tanto delle destre, quanto delle sinistre.

 

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Utopie reali in attesa del sole dell’avvenire

Erik Olin Wright

Intervista al presidente dell’Associazione statunitense di sociologia, Erik Olin Wright. Docente all’università del Wisconsin è diventato l’animatore di un progetto globale di alternativa al capitalismo, sostenendo che Uguaglianza, libertà, partecipazione devono diventare i principî guida di cooperative, economia solidale, istituzioni e esperienze di mutuo soccorso

«È sempre una sfida dire qualcosa di ragionevole in merito alle alternative al mondo esistente, specie quando si tratta di questioni complesse come un sistema sociale. Progetti esaurienti per modi alternativi di organizzare la società sembrano sempre innaturali, e sicuramente frutto di congetture. Questo è uno dei motivi per cui Marx è sempre stato scettico verso questi sforzi. Tuttavia, se non riusciamo a pensare ad alternative, il mondo così com’è si presenta sempre come naturalizzato». Gli interessi di ricerca di Erik Olin Wright – docente presso l’Università del Wisconsin e già presidente dell’Associazione statunitense di sociologia – si sono a lungo soffermarti sul concetto di classe e sulle forme di oppressione prodotte dal sistema capitalistico. Negli anni più recenti ha sviluppato un progetto, Real Utopias che è diventato anche un libro (Verso 2010). Il progetto mira all’analisi delle forme economiche alternative al capitalismo.

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Il decennio in cui iniziò l’era della grande normalizzazione

Di tanto in tanto assistiamo a campagne più o meno convinte sul ritorno degli anni ’80. Recentemente la convinzione si deve essere rafforzata perché da alcuni mesi è partita un’offensiva mediatica finalizzata a sostenere il ritorno di un decennio che non intende diventare una pagina di storia. E allora, se gli anni ’80 vengono costantemente riproposti, una qualche sorta di continuità tra passato e presente deve pur esserci. E in effetti c’è. Però, prima di entrare nel merito, corre l’obbligo di dire subito che l’attuale campagna stampa, così come le precedenti, nulla hanno a che fare con l’informazione. Si tratta invece di complesse operazioni di comunicazione commerciale che vedono, se mi si passa l’espressione, l’associazione d’impresa tra diverse industrie: mass-media, moda, cinema, Tv, musica e, come soci di minoranza, altre industrie ancora (dagli accessori ai giocattoli). Ognuna recita la propria parte in commedia avendo per stella polare l’interesse economico.

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Il tunnel della paura si chiama austerità

«Dacci il nostro debito quotidiano» di Marco Bersani pubblicato da DeriveApprodi

Sul debito è costruita la narrazione della paura collettiva, le politiche di tagli e austerità, l’espropriazione finanziaria dei beni comuni, la precarizzazione della vita e del lavoro. Per Marco Bersani, già fondatore di Attac Italia e del comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi, la «truffa del debito» è il cuore della politica dei dominanti, oggi considerata inevitabile come l’Ananke, il destino degli antichi greci. In un libro agile ed efficace come Dacci il nostro debito quotidiano (DeriveApprodi, pp.172, euro 12), Bersani smonta la retorica del «non c’è alternativa» e prospetta un orizzonte opposto: «Di fronte a chi vuole disciplinate il futuro con il debito – scrive – si tratta di riaprire l’orizzonte delle possibilità».

IL PRIMO PASSO per decostruire l’ideologia del debito consiste nel dimostrare che il debito delle banche private è stato trasformato in debito pubblico degli Stati che, a loro volta, lo hanno scaricato sui cittadini. Questo è accaduto in particolare con la crisi dal 2008 a oggi, di cui Bersani ricostruisce genesi e dettagli. Se ora il debito dev’essere pagato da chi non lo ha contratto, allora che i cittadini si approprino degli strumenti finanziari e politici che permettono di conoscerlo e decidere cosa farne. Lo strumento si chiama audit popolare sul debito, un primo esperimento è stato fatto dal movimento «Decide Roma» sul gigantesco debito che soffoca la Capitale.

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Gerusalemme, unita a parole ma sempre divisa

Gerusalemme, maggio 2015. Nazionalisti israeliani alla Porta di Damasco (foto AFP)

Israele/Territori occupati. Il 10 giugno di 50 anni fa il ministro della difesa di Israele, Moshe Dayan, entrava nella città vecchia e proclamava che lo Stato ebraico non avrebbe mai rinunciato al controllo dell’intera città, anche della zona araba appena occupata militarmente. Viaggio a Gerusalemme Est dove discriminazioni e violazioni sono l’oggi di una città che Israele proclama unita e pacificata

«Questa mattina l’Idf (le forze armate, ndr) ha liberato Gerusalemme. Abbiamo riunito la Gerusalemme divisa, la capitale di Israele che era stata divisa in due. Abbiamo fatto ritorno ai nostri luoghi più sacri e siamo tornati per non abbandonarli mai più». Fu perentorio quel 10 giugno del 1967 il ministro della difesa israeliano Moshe Dayan. Poco prima era entrato nella città vecchia di Gerusalemme Est, araba, appena occupata militarmente, assieme al capo di stato maggiore Yitzhak Rabin e al comandante della regione centrale Uzi Narkis per suggellare la vittoria, rapida e devastante, delle forze aeree e di terra dello Stato ebraico sugli eserciti arabi. Parole come pietre quelle di Dayan. Se in questi cinquant’anni è andato avanti in Israele il dibattito se restituire, tutti o solo in minima parte, i territori palestinesi e arabi occupati nel 1967, su Gerusalemme i suoi leader politici hanno escluso la restituzione ai palestinesi della zona Est. «Dico al mondo intero e nel modo più chiaro possibile che Gerusalemme è stata e sarà sempre la capitale di Israele…Il Monte del Tempio (Spianata delle moschee, ndr) e il Muro occidentale (Muro del pianto, ndr) rimarranno sempre sotto la sovranità israeliana», ha proclamato il mese scorso il premier Benyamin Netanyahu, alla vigilia delle celebrazioni israeliane per il 50esimo anniversario della “riunificazione” di Gerusalemme. Celebrazioni culminate il 24 maggio nella Festa delle bandiere, quando decine di migliaia di israeliani, in maggioranza giovani e coloni giunti dagli insediamenti ebraici nella Cisgiordania occupata, hanno festeggiato l’anniversario con una marcia nelle strade di Gerusalemme Est e della Città Vecchia.

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Occupare lo spazio, uccidere il tempo

Palestina/Israele 1967-2017. L’occupazione tridimensionale si fonda su una rete di checkpoint, strade separate, permessi, muri, terre inaccessibili. Un sistema imprevedibile e arbitrario, i tratti tipici dei regimi coloniali

In questi giorni l’occupazione della Cisgiordania e Gaza compie 50 anni, più di venti dei quali segnati dal tentativo frustrato di implementare gli accordi di ‘pace’ (gli accordi di Oslo) che dal 1993 avrebbero dovuto creare le basi per la costituzione di uno Stato palestinese accanto allo stato israeliano, realizzando la visione di “due Stati per due popoli”.

In realtà, gli accordi di Oslo hanno prodotto soltanto un embrione asfittico di apparente sovranità palestinese in Cisgiordania, l’assedio permanente di Gaza e consentito nel frattempo il quasi completamento del progetto radicale di colonizzazione ebraica di tutta la Palestina (tranne Gaza) cominciato agli inizi del ‘900.

L’occupazione israeliana da Oslo in poi si è fatta più aggressiva, più divisiva, più pervasiva segnando ogni minuscolo aspetto della vita quotidiana della popolazione palestinese. I governi israeliani (non importa se di destra o di sinistra) hanno messo in atto una violenta politica di confisca delle terre palestinesi in Cisgiordania allo scopo di accelerare in modo drammatico la costruzione di nuovi insediamenti per i coloni.

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