L’essenza della Resistenza

La casa editrice Neri Pozza ha recentemente riproposto un proprio libro pubblicato nel 1955 e scritto da Max Salvadori (1908-1992): Breve storia della Resistenza italiana (Vicenza, 2016, 332 pagg., 16,50 euro). Salvadori è stato un personaggio straordinario. Uomo di pensiero così come d’azione contribuì alla liberazione del nostro paese dal nazifascismo lavorando per il SOE (Special Operation Service), nucleo operativo dei servizi segreti inglesi, fino a diventare ufficiale delle forze armate britanniche. Salvadori proveniva da una ricca famiglia di orientamento liberale e dalla mentalità cosmopolita costretta, nel 1925, a riparare in Svizzera a causa delle aggressioni subite dai picchiatori fascisti. La famiglia di Salvadori faceva insomma parte di quella minuscola frazione dell’élite borghese che si oppose al regime mentre la maggioranza lo sosteneva in nome del pericolo rosso.

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Una vita è degna se si impara a disobbedire

L’ultimo libro del filosofo francese Frédéric Gros, «Désobeir», tenta di arginare il mondo che si mette di traverso

«Di fronte all’irrazionalità del mondo, così come va» disobbedire dovrebbe essere «un’evidenza». Allora perché non accade? Abbiamo forse, definitivamente, accettato l’inaccettabile? Inizia con questo dubbio amaro l’ultimo, importante, libro di Frédéric Gros, Désobeir, (Albin Michel, pp.265, euro 19). E tuttavia l’incipit vale solo per essere immediatamente capovolto: emerge piuttosto l’urgenza di scartare, en philosophe, quelle lamentazioni sulla passività diffusa e sull’assenza di conflitti che tanto successo registrano nello sproloquio mainstream. Esempi di lotte, dice subito l’autore, certo non mancano, impossibile ignorarle.

MA QUI SI RAGIONA in punta di teoria, a monte delle esplosioni di dissenso, per comprendere le ragioni della disobbedienza all’interno di una «stilistica dell’obbedienza». Geniale inversione: sottomissione, conformismo, subordinazione, deresponsabilizzazione, consenso, diventano così punti di frizione solcati dai loro contrari – ribellione, resistenza, trasgressione, conflitto tragico, responsabilità, indelegabilità dell’azione soggettiva.

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Quello che l’umano non può mettere in catene

«Emancipazione dell’animalità» di Roberto Marchesini per Mimesis

Oggi più che mai si sente il bisogno di un grande movimento di emancipazione dell’animalità, nostra e delle altre specie. L’animalità va liberata dalle catene attraverso cui la filosofia occidentale ha cercato di contenerla e di svuotarla di significati. L’animalità è stata trasformata in un oggetto da svendere o possedere e non una dimensione di vita dotata di una propria titolarità.

È QUESTO L’INVITO che fa Roberto Marchesini nel suo ultimo lavoro, Emancipazione dell’animalità (Mimesis, pp. 188, euro 18), apice di un percorso intrapreso da tempo che ha portato l’autore a rivoluzionare una serie di concetti filosofici precedentemente considerati consolidati. Attenzione però che una rilettura del testo secondo la sola ottica della filosofia dell’animalità sarebbe al quanto riduttiva essendo, quella offerta da Marchesini, una vera e propria ontologia: l’autore rintraccia nel concetto di animalità un darsi condiviso della dimensione dell’essere, una condizione che accomuna le diverse specie animali, essere umano compreso, su una base ontologica che sta al di là delle differenze adattative.

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La grande guerra di classe. Recensione al libro di Jacques R. Pauwel

L’omicidio dell’arciduca Francesco Ferdinando, avvenuto il 28 giugno 1914 per mano del nazionalista slavo Gavrilo Princip, fu accolto quasi con sollievo dalle grandi potenze mondiali. Era il pretesto che cercavano, da tempo, per poter dar vita ad un conflitto in grado di affievolire la crescita delle idee rivoluzionarie in Europa e, grazie ad una propaganda martellante, far passare addirittura dalla loro parte una larga maggioranza di leader dei partiti socialisti del vecchio continente. È questa la tesi che anima il volume dello storico Jacques R. Pauwels, La grande guerra di classe, Pagg. 557, € 27, Zambon Editore, 2017.

Non ci poteva essere un titolo maggiormente appropriato perché Pauwels condensa in pochissime parole ciò che fu la prima guerra mondiale, un conflitto sorto sia con lo scopo di annacquare la coscienza di classe del sottoproletariato, dei lavoratori e delle fasce sociali più deboli della popolazione sia con il fine di utilizzarle come carne da macello, come dimostra la fine, all’insegna di stenti e patimenti, della maggior parte dei soldati costretti a trascorrere gran parte della loro vita nelle trincee in condizioni disumane. Gavrilo, fa notare Pauwels, è la forma slava di Gabriel, il nome dell’arcangelo dell’annuncio a Maria, che significa “messaggero” o “colui che annuncia”.

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L’espansione del mercato dell’usato

Recentemente la sociologia dei consumi si è arricchita di un importante contributo grazie a Domenico Secondulfo – ordinario di sociologia generale all’Università di Verona – che ha curato una ricerca intitolata, “Il mondo di seconda mano. Sociologia dell’usato e del riuso” (Angeli, Milano, 2016, 31,00 euro). Il libro contiene scritti dello stesso Secondulfo, di Paola Di Nicola, Gian Paolo Lazzer, Lorenzo Migliorati, Francesca Setiffi e Debora Viviani. La novità rappresentata da questo lavoro si può così sintetizzare: si tratta del primo studio sociologico sull’emergente mercato degli oggetti usati.

Partiamo dai numeri: “Il volume d’affari generato in Italia dall’usato è stato nel 2013, 18 mld, 1% PIL, di cui 7 mld on line (come risulta da un’indagine Doxa commissionata da Subito.it); la Camera di commercio di Milano ha stimato, tra il 2009 e il 2014, un incremento regionale dei punti vendita di usato pari al 40%. Secondo il rapporto nazionale sul riutilizzo del 2013, pubblicato dal Centro di ricerca economica e sociale “Occhio al riciclone”, nel 2013 il 48% degli italiani ha fatto ricorso almeno una volta al mercato dell’usato, on o off line”. La consistente crescita della domanda di beni di seconda mano ha indotto l’Unione Europea a inserire il mercato dell’usato nel piano strategico (2014-2020) che prevede il passaggio da un’economia lineare (basata sulla produzione di scarti) a un’economia circolare (basata sul riuso e il riciclo).

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La durezza del Capitale

L’11 settembre l’opera di Karl Marx compirà i suoi primi 150 anni. La stesura del libro, iniziata nel 1862, venne funestata dalla povertà economica dell’autore e dalla sua precaria salute

L’opera che, forse più di qualunque altra, ha contribuito a cambiare il mondo, negli ultimi centocinquant’anni, ebbe una lunga e difficilissima gestazione. Marx cominciò a scrivere Il capitale solo molti anni dopo l’inizio dei suoi studi di economia politica. Se aveva criticato la proprietà privata e il lavoro alienato della società capitalistica già a partire dal 1844, fu solo in seguito al panico finanziario del 1857, iniziato negli Stati Uniti e poi diffusosi anche in Europa, che si sentì obbligato a mettere da parte le sue incessanti ricerche e iniziare a redigere quella che chiamava la sua «Economia».

CON L’INSORGERE della crisi, Marx presagì la nascita di una nuova stagione di rivolgimenti sociali e ritenne che la cosa più urgente da fare fosse quella di fornire al proletariato la critica del modo di produzione capitalistico, presupposto essenziale per il suo superamento. Nacquero così i Grundrisse, otto corposi quaderni nei quali, tra le altre tematiche, egli prese in esame le formazioni economiche precapitalistiche e descrisse alcune caratteristiche della società comunista, sottolineando l’importanza della libertà e dello sviluppo dei singoli individui. Il movimento rivoluzionario, che egli credeva sarebbe sorto a causa della crisi, restò un’illusione e Marx non pubblicò i suoi manoscritti, consapevole di quanto fosse ancora lontano dalla piena padronanza degli argomenti affrontati. L’unica parte data alle stampe, dopo una profonda rielaborazione del «Capitolo sul denaro», fu Per la critica dell’economia politica, testo che uscì nel 1859 e che venne recensito da una sola persona: Engels.

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Giovanni Pirelli, l’intellettuale dalla parte dei diseredati

In un libro uscito per Mimesis, a cura di Mariamargherita Scotti, la storia biografica e culturale del primogenito di Alberto, che rifiutò di dedicarsi all’impresa di famiglia

Nel 1946, all’indomani di una breve esperienza resistenziale in Val Chiavenna, il partigiano «Pioppo» si iscrisse al Psi. Il nuovo compagno non poteva passare inosservato: si trattava di Giovanni Pirelli, figlio primogenito di Alberto, erede predestinato di un impero industriale. Era nato nel 1918 e ventenne aveva scelto, ancora prima di laurearsi in Economia alla Bocconi, di restare nell’esercito al termine del servizio di leva negli alpini. Convinto quanto il padre, aveva aderito alla guerra fascista. Anche per lui la devastante esperienza bellica, fino alla ritirata di Russia, avrebbe innescato una presa di coscienza (documentata dal bel carteggio fra padre e figlio, Un mondo che crolla, edito nel 1990), destinata a culminare nella rottura famigliare.

Dopo la sconfitta del Fronte Popolare alle elezioni del 18 aprile 1948, il padre liquidò al figlio la spettante quota di patrimonio. «Alla pace borghese scegliemmo la lotta di classe», avrebbe voluto commentare Giovanni in un articolo rimasto inedito del 1948: aveva scelto di stare dalla parte di «quelli là», come erano chiamati con disprezzo «gli operai, i contadini, le masse dei diseredati». Alla sua morte nel 1973, dopo un tragico incidente stradale, venne sepolto, per esplicita disposizione, al di fuori della tomba milanese della famiglia.

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