Convivere con le alluvioni

Renzo Rosso ha appena dato alle stampe Bombe d’acqua. Alluvioni d’Italia dall’unità al terzo millennio (Marsilio, Venezia, 2017, 278 pagg., 23,00 euro). L’autore insegna costruzioni idrauliche e marittime e idrologia al Politecnico di Milano. In quanto studioso delle masse d’acqua presenti sul pianeta Terra il suo libro rappresenta per così dire la voce della scienza sul sempre più preoccupante fenomeno delle alluvioni che colpiscono il nostro paese e più in generale sui cambiamenti climatici. Il lettore non si aspetti però una pesante, specialistica e distaccata trattazione di questi argomenti. Al contrario, Bombe d’acqua è un libro scritto da uno scienziato che interroga la storia, la politica, la pubblica amministrazione, il potere economico e per farla breve la società italiana nel suo insieme. Continua a leggere

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L’esistenza fittizia di un «noi» senza conflitti

«Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra» di Alessandro Dal Lago, per Cortina editore. Quale forma di partecipazione si offre con la promessa dell’agire collettivo e dell’appartenenza?

«Questa è l’essenza di ciò che si chiama populismo: parlare per conto di un popolo che non c’è». Proviamo a prendere le mosse da questa affermazione di pregevole nettezza tratta dal primo capitolo del nuovo libro di Alessandro Dal Lago (Populismo digitale, Raffaello Cortina, pp. 170, euro 14). Nella sua semplicità la definizione ha il merito di mettere a fuoco la coincidenza tra l’idea di popolo e il suo uso politico, di cui l’autore ripercorre sommariamente la storia fino alla nostra contemporaneità digitale. Continua a leggere

La perdita di originalità del pop

“L’era pop in cui viviamo è impazzita per tutto ciò che è rétro e commemorativo. Gruppi che si riformano, reunion tour, album tributo e cofanetti, festival-anniversari ed esecuzioni dal vivo di album classici: quanto a passione per la musica di ieri, ogni anno supera il precedente. E se il pericolo più serio per il futuro della nostra cultura musicale fosse… il passato?”. E’ con questo interrogativo che si apre il libro di Simon Reynolds, Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato, (minimun fax, Roma, 2017, 528 pagg., 20,00 euro, traduzione di Michele Piumini, edizione originale 2011).

La domanda è chiara e ben posta. La risposta tuttavia non può esaurirsi nell’alternativa sì/no. Tant’è che occorrono oltre cinquecento pagine per affrontare un problema così complesso. Cinquecento pagine in cui Reynolds dà fondo al suo sterminato repertorio di informazioni prendendo in esame stili e tendenze, generi e microgeneri che si sono affacciati sulla scena musicale da cinquant’anni a questa parte.

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Una tecnoutopia che domina il mondo

L’ultima tecnoutopia che ha occupato la scena pubblica per oltre quarant’anni è quella che ha a che fare con la Rete: per Kevin Kelly è salvifica, come dice nel suo ultimo libro «L’inevitabile», uscito per Il Saggiatore. Ma dovrà fare i conti con alcuni dati discordanti dall’eden promesso

Le utopie sono affascinanti, anche quando sono messe all’indice. Con la sua nota sagacia, lo scrittore britannico James Ballard ne ha parlato, riferendosi all’ecologismo, come l’inferno edificato in nome del paradiso, facendo il verso a un antico detto popolare sui buoni propositi trasformati nel loro opposto. E non se ne dovrebbe sentire la necessità dopo che, per decreto, è stato stabilito che l’umanità vive nel migliore dei mondi possibili, suscitando non pochi dubbi da chi quel mondo migliore non lo ha mai neppure intravisto.

Ciononostante, la saggistica, nonché i media mainstream postulano il teorema che non ci può essere nessuna alternativa agli stili di vita dominanti, mentre la narrativa arranca dietro un eterno presente che lascia poco spazio a un futuro che non sia la ripetizione del già noto.

 

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Cioran, la Storia nei camei della maldicenza

I protagonisti della «grandeur» francese dalla Reggenza al Secondo Impero, infilzati in una formidabile collezione di profili «mostruosi»: Emil Cioran, «Antologia del ritratto», per Adelphi

«Il ritratto come genere è nato per lo più dal risentimento e dall’esasperazione dell’uomo di mondo che ha frequentato troppo i suoi simili per non aborrirli…». Così scrive Emil M. Cioran (1911-’95) introducendo questa sua Antologia del ritratto. Da Saint-Simon a Tocqueville che Adelphi manda in libreria («Piccola Biblioteca», pp. 316, € 15,00) nella raffinata traduzione di Giovanni Mariotti: notiamo tuttavia con disappunto che l’editore milanese, un tempo così metodico e preciso, spesso licenzia lavori infarciti di refusi. Il libro, uscito postumo da Gallimard nel 1996, rappresenta un unicum nell’itinerario di Cioran, essendo una raccolta di cammei, da lui stesso curata, dedicati alla malignità e al rancore con cui venivano giudicati (e giudicavano) alcuni protagonisti della grandeur francese dall’epoca della Reggenza a quella del Secondo Impero.

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I bambini e l’amore per il sapere

Nicola Zippel ha appena pubblicato I bambini e la filosofia (Carocci, Roma, 2017, 142 pagg., 12,00 euro). Innanzitutto, due parole sull’autore. Zippel è professore di filosofia in un liceo romano, ha insegnato all’università, ha pubblicato saggi sulla fenomenologia e da oltre dieci anni conduce un laboratorio di filosofia nelle scuole elementari della capitale intitolato “L’alba della meraviglia”. Il laboratorio ha formato circa 2mila bambini, si svolge a latere della programmazione ministeriale, è triennale – dalla terza alla quinta elementare – ed è così articolato: cinque incontri con cadenza settimanale di un’ora ciascuno nella terza classe, sei incontri in quarta e sette in quinta.

I bambini e la filosofia è un libro diviso in due parti. Nella prima Zippel polemizza con la celebre Philosophy for Children (P4C) di cui non condivide lo spirito di fondo. Nella seconda propone la sua visione alternativa e racconta come si articolano le lezioni che tiene nelle scuole elementari. Prima di illustrare le posizioni di Zippel occorre ricordare che la P4C è stata elaborata tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso da Matthew Lipman (1922-2010). Il filosofo statunitense insegnò Logica all’università, era di formazione deweyana e molto attento ai problemi pedagogici.

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Sulla pelle degli ultimi, la costruzione di un disciplinamento

«Il governo dei poveri all’inizio dell’età moderna», un saggio di Lorenzo Coccoli edito da Jouvence. Come l’Europa del Cinquecento può interrogare il buio e disumano presente

Tra gli anni ’60 e gli anni ’70 del secolo scorso, grazie alle indagini di storici come il futuro eurodeputato polacco Bronisław Geremek, riemerse un dibattito poco noto che aveva diviso i fronti nel lontano secolo della Riforma. Protagonisti della disputa alcuni teologi, umanisti e giuristi celebri e meno celebri (un nome per tutti: quello di Thomas More). Il tema discusso era la gestione della povertà e della carità in anni di crescita urbana e di incipiente inflazione, quando cioè la miseria aveva cominciato ad apparire sempre più come una minaccia all’ordine, e la mobilità come il veicolo di infezioni al tempo stesso medicali e sociali. Continua a leggere