La comunicazione sindacale come strumento di conoscenza e di lotta

In libreria e in formato e-book Comunicare il sindacato. Guida pratica. Una cassetta d’attrezzi per rappresentare i diritti di lavoratori

Scrivere un volantino, un comunicato stampa, un’e-mail, impostare un manifesto, utilizzare dispositivi informatici, ascoltare attivamente, proporre uno stile comunicativo, intervenire in una riunione, partecipare a un negoziato, parlare in pubblico: ecco i principali momenti in cui si articola la comunicazione sindacale. Per ognuno di questi momenti – e per molti altri ancora Comunicare il sindacato offre gli strumenti operativi necessari al fine di trasmettere i propri messaggi in maniera chiara, efficace e convincente.

Per chi svolge l’attività sindacale Comunicare il sindacato costituisce la più completa cassetta d’attrezzi disponibile oggi nel panorama editoriale italiano. Ma non solo. La Guida inquadra la comunicazione all’interno delle più vaste dinamiche sociali, politiche e culturali che attraversano il mondo del lavoro con una particolare attenzione al pubblico impiego.

Per l’autore la comunicazione non è un fatto tecnico ma una relazione sociale. Osservata da questa prospettiva la comunicazione del sindacato è in lotta nell’arena pubblica per affermare i propri valori – in primis quello della solidarietà – e per difendere i diritti dei lavoratori. Diritti sempre più minacciati dalla mitologia della globalizzazione.

Proprio in nome della globalizzazione da tempo si sta riportando indietro l’orologio della storia a tutto vantaggio dei poteri economici. In una società sempre più diseguale la battaglia tra chi nega i diritti dei lavoratori e chi li afferma si gioca anche sulla capacità di utilizzare efficacemente i mezzi di comunicazione. Per questo motivo Comunicare il sindacato costituisce un indispensabile strumento a disposizione del sindacalista al fine di integrare le capacità acquisite sul campo con una serie di consigli pratici su come migliorarle.

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Anni ’80. L’era della grande normalizzazione

Di tanto in tanto assistiamo a campagne più o meno convinte sul ritorno degli anni ’80. Recentemente la convinzione si deve essere rafforzata perché da alcuni mesi è partita un’offensiva mediatica finalizzata a sostenere il ritorno di un decennio che non intende diventare una pagina di storia. E allora, se gli anni ’80 vengono costantemente riproposti, una qualche sorta di continuità tra passato e presente deve pur esserci. E in effetti c’è. Però, prima di entrare nel merito, corre l’obbligo di dire subito che l’attuale campagna stampa, così come le precedenti, nulla hanno a che fare con l’informazione. Si tratta invece di complesse operazioni di comunicazione commerciale che vedono, se mi si passa l’espressione, l’associazione d’impresa tra diverse industrie: mass-media, moda, cinema, Tv, musica e, come soci di minoranza, altre industrie ancora (dagli accessori ai giocattoli). Ognuna recita la propria parte in commedia avendo per stella polare l’interesse economico.

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Le minoranze da consumare

Candomblé brasiliano

Anticipazioni. Un estratto del testo che l’antropologo francese ha dedicato al festival Vicino/lontano di Udine, che verrà letto domenica 14 maggio

Da dove viene il malessere che caratterizza tutti i dibattiti sulla cultura e l’identità? Un paradosso è evidente: il mondo globalizzato è anche il mondo della più grande differenza, dove crescono la circolazione, la comunicazione e il consumo. Eppure coloro che circolano non consumano e non comunicano nelle stesse proporzioni e condizioni. Di qui l’attualità del paradosso: si cancellano le differenze e crescono le disuguaglianze; il mondo è ogni giorno più uniforme e più disuguale. Le conseguenze sono almeno due. Da un lato, su scala mondiale, l’esterno, anche quello di cui si nutre l’interno, è in via di sparizione e la distinzione interno-esterno perde la sua pertinenza. Si delineano tre tendenze che costituiscono, a diverso titolo, una minaccia o una costrizione per la vita culturale: la globalizzazione imperiale, quella «scoppiata» e la globalizzazione mediatica.

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Il blocco edilizio: la lotta per la casa è anticapitalista

Valentino Parlato (primo a sinistra) all’Università di Macerata nel 1972. Foto di Renato Pasqualetti

Valentino Parlato ci ha lasciati il 2 maggio scorso. Credo che il modo migliore per ricordarlo sia diffondere le sue analisi e  le sue idee. Quello che segue è un saggio pubblicato nel 1970  e ancor oggi di straordinaria attualità per il metodo con cui è indagato il rapporto tra potere politico, affare casa e società. [1]

Può anche apparire singolare, ma in Italia – dove la parte di ispirazione marxista ha tanto discusso e discute di processi di formazione di un nuovo blocco storico – manca, quasi del tutto, un’analisi del blocco storico esistente, quello dominante, che sarebbe necessario conoscere e disaggregare. Questa considerazione, non priva di significato culturale e politico, vale anche per la complessiva questione delle abitazioni, rispetto alla quale solo di recente, e di passaggio, a un convegno del PCI è stato detto che intorno ad essa “si cementa un blocco sociale, che è una delle cerniere essenziali del blocco di potere dominante”. Questa analisi però continua a mancare, nonostante che già un secolo fa Engels – schematicamente quanto si vuole – avesse individuato proprio questa capacità aggregante della questione, quando – in polemica con la rivendicazione proudhoniana di trasformare il canone di fitto in canone di riscatto – sosteneva che “gli esponenti più accorti delle classi dominanti hanno i sempre indirizzato i loro sforzi ad accrescere il numero dei piccoli proprietari, allo scopo di allevarsi un esercito contro il proletariato”. Al riguardo si può aggiungere che nello stesso arco della nostra esperienza (pensiamo alla secca liquidazione della legge Sullo) non ci sono mancate prove della potenza d’urto di questo esercito.

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Dita danzanti. Il tatto e lo smartphone

HILVERSUM, NETHERLANDS - FEBRUARY 06, 2014: Social media are trending and both business as consumer are using it for information sharing and networking.

Il modo di utilizzare lo smartphone (telefono intelligente) è il risultato di studi di ergonomia cognitiva focalizzati intorno al concetto di usabilità. Concetto tramite il quale viene stabilito il grado di facilità e di soddisfazione con cui l’utente interagisce con l’interfaccia grafica. Ovviamente per il successo del telefono intelligente insieme all’ergonomia cognitiva intervengono anche altri fattori quali il business, il marketing, il design, l’innovazione tecnologia, la moda e così via. A parte questi fattori sul piano dell’usabilità emergono alcuni aspetti distintivi dello smartphone: 1) costituisce uno strumento di successo planetario utilizzato nel 2015 da un miliardo e 300 milioni di persone; 2) ha comportato per gli utenti l’apprendimento di un nuovo saper fare delle mani caratterizzato da precisione e delicatezza; 3) per l’attenzione e la sensibilità richieste tale saper fare presenta una gestualità annoverabile tra le pratiche delle buone maniere. Riflettendo sugli ultimi due punti si può notare che già la tastiera del computer (e in precedenza quella delle macchine da scrivere) necessita di una forza fisica minima e di un trattamento assai garbato. Tuttavia, se è possibile “pestare sulla tastiera”, la stessa immagine non è pensabile per il touch-screen (schermo tattile). Per far funzionare lo smartphone è infatti sufficiente poggiare leggermente la punta delle dita sul display. Leggerezza peraltro obbligata perché è inutile e dannoso esercitare forti pressioni.

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Noam Chomsky. L’architettura innata del linguaggio

tre-lezioni-sulluomo-320x460Un’anticipazione dal volume «Tre lezioni sull’uomo» (Ponte alle Grazie). Da David Hume a Galileo, un volume che raccoglie le ultime riflessioni del linguista statunitense. La facile acquisizione dei neonati umani della «rigogliosa e ronzante confusione» delle parole

Esistono ragioni ancor più essenziali per cercare di determinare con chiarezza che cos’è il linguaggio, ragioni direttamente collegate alla questione di che genere di creature siamo. Charles Darwin non fu il primo a pervenire alla conclusione che «gli animali inferiori differiscono dall’uomo solo per il potere infinitamente maggiore che l’uomo ha di associare i suoni alle idee più diverse»; «infinitamente» è un’espressione tradizionale che oggi va interpretata alla lettera. Tuttavia Darwin fu il primo a esprimere questo concetto tradizionale nel quadro di un incipiente racconto dell’evoluzione umana.
Ian Tattersall, uno dei maggiori specialisti dell’evoluzione umana, ne ha fornito una versione contemporanea.

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Eppur si muore. Yves Bonnefoy e i sepolcri di Ravenna

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Yves Bonnefoy, © 2008 Derek Hudson

Ravenna, città di tombe

Il lutto si addice a Elettra, i sepolcri a Ravenna (ma Foscolo lo sapeva?). «Tante sono le filosofie che hanno voluto rendere conto della morte, ma credo che nessuna mai abbia considerato i sepolcri. Lo spirito che s’interroga sull’essere, ma ben di rado sulla pietra, si è distolto da queste pietre, così due volte abbandonate all’oblìo». Così scriveva Yves Bonnefoy, poeta e saggista, vincitore del premio Goncourt per la poesia, scomparso il 1° luglio di quest’anno, alla bell’età di novantatré anni, in Les Tombeaux de Ravenne (1), divenuto in seguito uno dei capitoli de L’Improbable, testo uscito in Francia nel 1959 (2) Ravenna, invece, i sepolcri li considera eccome, e, in questo, la nostra città sta alla pari con la grande civiltà dei morti, l’Egitto (qualche anno fa si tenne una mostra dal titolo Kemet, che forse all’epoca rese alcuni dubbiosi, ma che in quest’ottica non appare affatto peregrina (3): «Vi è […] un principio del seppellire, che dall’Egitto a Ravenna, e fino a noi, governa gli uomini con una certa costanza». Il grande difetto della nostra civiltà è il «rifiuto profondo della morte» (e della rovina, come ha scritto in un libro la mia amica Virginia Cardi (4). Per Bonnefoy, questo è un sintomo «evidente […] d’una fuga»: «Poiché – lo si voglia o no – in questo mondo si muore, e per negare il destino l’uomo ha costruito» una «dimora fatta di parole, ma eterna», nel tentativo di placare «l’inquietudine originaria», cercando di «mascherare la morte» (5).

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