Il caso Weinstein tra la Waterloo del giornalismo e il lavoro servile

All’improvviso le luci di Hollywood sono letteralmente esplose e la più importante fabbrica dei sogni dell’Occidente si è rivelata al mondo come una tenebrosa casa degli orrori per tante, tantissime donne che lavorano nel celeberrimo quartiere di Los Angeles. A fare da detonatore è stato il caso del molestatore seriale Harvey Weinstein, potentissimo produttore cinematografico statunitense, fondatore di una macchina da Oscar come la Miramax e in altri tempi definito “Dio” da Meryl Streep. Il caso è esploso grazie a un’inchiesta del New Yorker condotta per oltre un anno da Ronan Farrow (figlio di Mia Farrow e Woody Allen). Dall’inchiesta è emerso che per decenni Weinstein ha molestato attrici, impiegate e collaboratrici. Da parte del magnate sono seguite scuse contrite, qualche smentita e il momentaneo ritiro dall’attività. Lo scoop di Ronan Farrow non si è fermato al cinema e ha varcato i confini della città degli angeli generando un effetto domino in diverse nazioni e settori produttivi: il cinema appunto, ma poi la televisione, il mondo dell’alta tecnologia, quello della politica. Il sexgate parla anche italiano. L’attrice Asia Argento ha accusato Weinstein di averla stuprata nel 1997 in un hotel di Cannes, poi è scoppiato il caso del regista Fausto Brizzi e le molestie hanno lambito anche il mondo dello sport. Continua a leggere

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L’esistenza fittizia di un «noi» senza conflitti

«Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra» di Alessandro Dal Lago, per Cortina editore. Quale forma di partecipazione si offre con la promessa dell’agire collettivo e dell’appartenenza?

«Questa è l’essenza di ciò che si chiama populismo: parlare per conto di un popolo che non c’è». Proviamo a prendere le mosse da questa affermazione di pregevole nettezza tratta dal primo capitolo del nuovo libro di Alessandro Dal Lago (Populismo digitale, Raffaello Cortina, pp. 170, euro 14). Nella sua semplicità la definizione ha il merito di mettere a fuoco la coincidenza tra l’idea di popolo e il suo uso politico, di cui l’autore ripercorre sommariamente la storia fino alla nostra contemporaneità digitale. Continua a leggere

Breve cronaca della Scuola Radio Elettra

Nell’immaginario di molti italiani la Scuola Radio Elettra (S.R.E.) occupa un posto di rilievo. Dal 1951, anno della sua fondazione a Torino, fino alla prima metà degli anni ’90 tale scuola ha formato a distanza oltre un milione e mezzo di tecnici in Italia e all’estero. Purtroppo non si hanno studi approfonditi sulla storia della Scuola. E’ certo però che si è trattato di un fenomeno significativo che ha accompagnato la ricostruzione postbellica – col conseguente ingresso dell’Italia nel club delle nazioni più industrializzate – e che dagli anni ’80 ha subito i dolorosi contraccolpi dei processi di deindustrializzazione. Ma andiamo con ordine partendo dalle origini. Continua a leggere

Bauman. Quando il nodo dell’ambivalenza si scioglie

«Retrotopia» (Laterza), il volume del sociologo polacco che suona come un denso testamento intellettuale. Il mondo ricorda le società medievali europee e non gli albori della modernità capitalistica

Le tribù digitali si compongono di identità posticce che al «noi» preferiscono conflitti e singolarità
Non è dato sapere se Zygmunt Bauman volesse correggere, modificare il manoscritto pubblicato con il titolo Retrotopia dall’inglese Polity Press, in Italia, da Laterza, la casa editrice che ha curato e tradotto gran parte della sua prolifica produzione teorica (pp. 181, euro 15).

È però un testo che può essere letto come un «testamento» del sociologo polacco e in cui è evidente un cambiamento radicale nel disegno del mosaico sulla società contemporanea, costruito in oltre trentanni. Alla fine degli anni Ottanta del Novecento, lo studioso ha voluto chiamare tale occorrenza «modernità liquida».

Per Bauman, è noto, sono evaporate come neve al sole le solide istituzioni del vivere in società emerse in secoli di conflitti sociali, guerre tra stati, ambiziosi progetti di plasmare l’«uomo nuovo» facendo leva sullo stato nazionale.

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Modernità delle gabbie. Il cuore è uno zingaro

«Non sono razzista, ma…». Si tenga conto che oggi l’etichetta «zingaro» (o, più diffusamente, «rom») risulta al primo posto nella classifica della riprovazione sociale. Dal romanticismo magico dell’epopea gitana che sbanca il festival di Sanremo alla consapevolezza di Jannacci e De André

Nel retro del supermercato Lidl, due donne di etnia rom vengono sorprese da tre dipendenti mentre frugano tra i cartoni da smaltire. La scena successiva: le due donne sono state rinchiuse all’interno di una gabbia che contiene altri cassonetti bianchi pieni di cartoni. Piangono, gridano a voce altissima, sbattono mani e braccia contro l’inferriata, cercando di forzarla. Fuori dalla gabbia, due dei dipendenti ridono rumorosamente e uno, con voce stentorea, si rivolge alle donne. Ripete più volte che non si può entrare nell’angolo dei rifiuti della Lidl: «No, non si può entrare».

A UN TRATTO, l’eccesso di riso lo fa tossire. Un terzo addetto, nel frattempo, registra tutto col telefonino e si arrampica sulla sommità della gabbia per riprendere la scena dall’alto (successivamente due dei dipendenti verranno licenziati dall’azienda tedesca).
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Il capitale di visibilità che nutre gli artisti

Nathalie Heinich

Carpi, Festival Filosofia. Intervista a Nathalie Heinich.  Sociologa brillante, è stata allieva di Pierre Bourdieu che supera in termini di metodo e campi di indagine. «Viviamo in un mondo plurale. I valori cambiano in relazione ai criteri con cui le persone giudicano»

«Fin dalla fine del XIX secolo le moderne tecnologie di riproduzione dell’immagine hanno offerto agli artisti un determinato status, quello che chiamo capitale di visibilità». Nathalie Heinich, sociologa brillante ed esperta di arte, in particolare quella contemporanea, è in Italia per una lectio magistralis nell’ambito del Festival Filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo dal titolo «Artisti. Dall’opera alla personalità». Fra gli ospiti di rilievo di questa edizione in corso, dedicata alle arti, ha partecipato anche a quella del 2014 concernente il tema della gloria.

È un contributo originale quello consegnato da Nathalie Heinich, allieva di Pierre Bourdieu di cui tuttavia ribalta la prima lezione sull’idea stessa di sociologia. L’abbiamo incontrata per comprendere quali siano le prospettive e i criteri con cui è necessario approcciarsi all’arte oggi; criteri che sono inevitabilmente diversi rispetto a quelli adottati nell’arte moderna e in quella classica. Anche per ragioni politiche, economiche e sociali.

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L’espansione del mercato dell’usato

Recentemente la sociologia dei consumi si è arricchita di un importante contributo grazie a Domenico Secondulfo – ordinario di sociologia generale all’Università di Verona – che ha curato una ricerca intitolata, “Il mondo di seconda mano. Sociologia dell’usato e del riuso” (Angeli, Milano, 2016, 31,00 euro). Il libro contiene scritti dello stesso Secondulfo, di Paola Di Nicola, Gian Paolo Lazzer, Lorenzo Migliorati, Francesca Setiffi e Debora Viviani. La novità rappresentata da questo lavoro si può così sintetizzare: si tratta del primo studio sociologico sull’emergente mercato degli oggetti usati.

Partiamo dai numeri: “Il volume d’affari generato in Italia dall’usato è stato nel 2013, 18 mld, 1% PIL, di cui 7 mld on line (come risulta da un’indagine Doxa commissionata da Subito.it); la Camera di commercio di Milano ha stimato, tra il 2009 e il 2014, un incremento regionale dei punti vendita di usato pari al 40%. Secondo il rapporto nazionale sul riutilizzo del 2013, pubblicato dal Centro di ricerca economica e sociale “Occhio al riciclone”, nel 2013 il 48% degli italiani ha fatto ricorso almeno una volta al mercato dell’usato, on o off line”. La consistente crescita della domanda di beni di seconda mano ha indotto l’Unione Europea a inserire il mercato dell’usato nel piano strategico (2014-2020) che prevede il passaggio da un’economia lineare (basata sulla produzione di scarti) a un’economia circolare (basata sul riuso e il riciclo).

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