Hitler, discepolo di Platone

Storia moderna. Contro la tradizione di Humboldt e Schlegel, che situava la culla della civiltà in oriente, il nazismo ne assegnò la Urheimat al nord: Johann Chapoutot, «6», Einaudi

Nel prologo di Olympia, il lungometraggio che Leni Riefenstahl girò sui giochi olimpici di Berlino, nell’agosto 1936, una fitta bruma lentamente si dissolve e ne emergono i lineamenti di un tempio greco; poi, a seguire, le immagini di statue di marmo antico, figure di dei e di eroi. Lo sguardo scivola sulle superfici bianche e mostra come, pian piano, la pietra marmorea si animi trasformandosi in carne viva: in particolare, la figura del discobolo, copia del famoso originale in bronzo del V secolo a.C. (andato perduto) di Mirone, si trasforma nel decathleta tedesco Erwin Huber.

La regista non indugia sul discobolo per caso. Tutti sapevano quanto Hitler fosse affascinato da quella statua e infatti in quello stesso anno, superata la concorrenza del Metropolitan Museum di New York, comprò il famoso «discobolo Lancellotti», straordinaria copia romana di età antonina (II sec. d. C.) che venne esposta al pubblico alla Glyptothek di Monaco come dono del Führer al popolo tedesco. Nell’importante discorso di presentazione, Hitler sostenne che «potremo parlare di progresso solo quando raggiungeremo tale bellezza e se possibile quando l’avremo superata».

Il libro del giovane e brillante storico francese Johann Chapoutot, Il nazismo e l’antichità, appena uscito da Einaudi (traduzione di Valeria Zini, pp. 526, euro 34,00) si interroga sulle ragioni profonde della fascinazione nazista per l’antichità classica: molto più significativa di una semplice predilezione estetica, essa si rivelò, com’è noto, parte del nocciolo duro dell’ideologia razzista.

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