Luciano Bianciardi. Quella vita agra di un «fuori posto»

Un percorso di letture ne ricorda lo spessore umano e intellettuale, attraverso tre densi saggi di Arnaldo Bruni, Carlo Varotti ed Elisabetta Francioni. Dalle lotte operaie alle preziose traduzioni, fu oppositore critico e infaticabile dei facili entusiasmi. Quest’anno ricorrono i sessant’anni del suo famoso «Il lavoro culturale», un testo ancora attuale

Michel David, l’autore del monumentale studio sulla Psicoanalisi nella cultura italiana, mi descrisse in un colloquio Luciano Bianciardi nei termini di un «cinghiale selvaggio» della sua Maremma. Per contro, Enzo Jannacci, nell’affettuoso ritratto consegnato al regista Francesco Falaschi, nel cortometraggio della sua biografia bianciardiana, Addio a Kansas City, dice dello scrittore: «sembrava un impiegato di banca».

I due giudizi forse meglio di altro sintetizzano il fuori posto, da cui il grossetano emigrato a Milano si è trovato a vivere. Se all’uomo di spettacolo che cantava degli eroi strampalati della «Banda dell’ortica» appariva troppo borghese, al fine letterato appariva eccentrico per motivi opposti.

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