Riprendersi le parole rubate. Una proposta per riaffermare il vocabolario della sinistra

La fine dei partiti di massa e dei movimenti sociali ha avuto innumerevoli conseguenze sul piano politico e culturale segnando una cesura radicale tra il mondo in cui vivevamo appena ieri e quello di oggi. Nel giro di due generazioni siamo passati da un capitalismo in crisi a una società governata dal neoliberismo. Per realizzare questo passaggio il controllo del discorso pubblico è risultato strategico. E uno dei primi passi è stato quello di denigrare quotidianamente su ogni tipo di media le categorie del marxismo, le idee socialiste, le parole d’ordine dei sindacati. Denigrarle a tal punto che da tempo ormai perfino i loro stessi sostenitori si vergognano o hanno timore di utilizzarle. Ma la disumanità e persino l’inefficacia economica del neoliberismo sono tali che qualcosa del nuovo ordine discorsivo inizia a scricchiolare. Un segnale assai interessante in questa direzione è la recente pubblicazione di un libro scritto da Roberto Gramiccia e Simone Oggionni intitolato Le parole rubate. Contro-dizionario della Sinistra (Mimesis, Milano – Udine, 2018, pagg. 180, 14,00 euro).

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Rossana Rossanda: «Non dobbiamo semplificare il nuovo caso italiano»

Rossana Rossanda

«Il dramma del risultato elettorale di marzo non è tanto nella separazione non nuova tra nord e sud. La cosa più grave è che l’Italia non è mai stata così totalmente a destra»

«A dir la verità, gli interrogativi e le domande che proponi meriterebbero un libro. Del resto la mia idea del manifesto era già negli anni ‘80 del secolo scorso che dovesse essere un laboratorio nel quale coinvolgere alcune persone appunto attorno ai temi principali». Così inizia la nostra intervista a Rossana Rossanda.

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La grande diseguaglianza della società servile

Povertà globale. Il Rapporto Oxfam fotografa non solo le vette, straordinarie nel 2017, della ricchezza ma guarda il mondo anche dalle profondità globali degli abissi sociali

L’ultimo rapporto Oxfam sullo stato sociale del pianeta è piombato come un pugno sul tavolo dei signori di Davos. Dice che l’1% della popolazione mondiale controlla una ricchezza pari a quella del restante 99%. E questo lo riportano tutti i media. Ma dice anche di più. Dice, per esempio, che tra il marzo del 2016 e il marzo 2017 quell’infinitesimo gruppo di super-privilegiati (un paio di migliaia di maschi alfa, meno di 1 su 10 sono donne) si è accaparrato l’86% della nuova ricchezza prodotta, mentre ai 3 miliardi e 700 milioni di donne, uomini e bambini che costituiscono il 50% degli abitanti della terra non è andato nemmeno un penny (alla faccia della famigerata teoria del trickle down, cioè dello “sgocciolamento” dei soldi dall’alto verso il basso). Dice anche che lo scorso anno ha visto la più grande crescita del numero dei miliardari nel mondo (all’incirca uno in più ogni due giorni). E dell’ammontare della loro ricchezza: 762 miliardi, una cifra che da sola, se redistribuita, permetterebbe di porre fine alla povertà estrema globale non una ma sette volte! Continua a leggere

La «curva dell’elefantino», ovvero la ricchezza monopolizzata dalla minoranza

La lotta di classe dopo la lotta di classe. Con questa formula, nel 2012, Luciano Gallino ci invitava a rileggere i decenni successivi agli anni Settanta per capire forme e cause di una tragedia sociale annunciata. «Non è affatto venuta meno la lotta di classe» – ci diceva uno dei pochi sociologi contemporanei rimasto fedele alla funzione della propria disciplina come coscienza critica della società. Semmai ha cambiato verso, non più dal basso verso l’alto ma viceversa, dal momento in cui il mondo del privilegio aveva dichiarato guerra al mondo del lavoro per riprendersi il terreno perduto, e molto di più. Per ristabilire brutalmente le distanze sociali. E aveva stravinto. Continua a leggere

Gli spacciatori di eterna gioia

copDesideri, bisogni e stili di vita sono sottoposti a un costante lavoro di manipolazione in nome delle virtù tossiche dell’individuo proprietario. «L’industria della felicità» di William Davies per Einaudi

Il carnet dei suoi prodotti è vario. Spazia da pillole che mettono a tacere tutte le inquietudini a promesse di un futuro radioso dove non ci sarà posto per dolore, fame, sofferenza, ma il core business è di quelli che non lasciano indifferenti, perché è il sogno inseguito da filosofi, preti, militanti politici di ogni tipo, visto che si tratta della felicità. Merce tanto pregiata quanto scarsa da diventare un manufatto sul quale si addensano, appunto, una miriade di stimati professionisti e una moltitudine di addetti alla sua produzione. Ha il potere di un oggetto mutante del desiderio, che si adatta a ogni richiesta del singolo. E tuttavia, avverte William Davies nel libro L’industria della felicità (Einaudi, pp. 233, euro 20), è una promessa quasi sempre non mantenuta. Sta di fatto che il potere seduttivo dell’industria della felicità sta nelle aspettative, sempre deluse, che continua ad alimentare.

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Pérez Esquivel sui fronti aperti dell’America Latina

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Pérez Esquivel

Il premio Nobel per la Pace nel 1980, racconta i tentativi di «golpe blando» che stanno mettendo in pericolo la democrazia in Argentina, Brasile e Venezuela. «Oggi sono le grandi corporazioni a dirigere gli stati»

In Italia per una fitta rete di incontri, conferenze e lezioni, Adolfo Pérez Esquivel, Premio Nobel per la Pace nel 1980, ci ha concesso un po’ del suo tempo per descrivere la realtà dell’America Latina.

Partiamo da una domanda un po’ teorica, secondo lei qual è il rapporto tra democrazia e diritti umani?
In principio sono valori indivisibili, se si violano i diritti umani la democrazia si indebolisce fino a non essere più democratica. I diritti umani sono integrali, hanno a che fare con la vita delle persone e dei popoli. Molte democrazie sono considerate tali solo per il fatto di andare al voto, ma sono solo governi autoritari.

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