L’Occidente è un accidente…

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Marshall Sahlins

“L’uomo economico è un’invenzione borghese”, scriveva alcuni anni fa Marshall Sahlins, professore emerito a Chicago e uno dei più importanti antropologi viventi.

I concetti di mercato, opulenza, benessere, scarsità, povertà, scambio, surplus, utilità, prodotto, razionalità, sviluppo, che costituiscono l’apparato concettuale e ideale dell’uomo borghese, non hanno un significato universale. Dietro i concetti economici c’è una storia, un marchio di fabbrica. Non sono neutri, ma rispondono a precise esigenze ideologiche.

Queste obiezioni al modello economicistico della cultura sono state messe a punto da Sahlins in alcuni saggi fondamentali del pensiero antropologico contemporaneo: Cultura e utilità, L’economia dell’età della pietra, Isole di storia e Una critica antropologica della sociobiologia dove leggiamo che “non è la cultura ad essere regolata dalle emozioni primitive dell’ipotalamo,ma sono le emozioni che vengono organizzate dalla cultura che è la condizione essenziale della libertà dell’ordine umano dalla necessità delle emozioni e delle motivazioni”. Non siamo condannati dalla nostra natura ad essere aggressivi e egoisti, ma è la cultura dominante a indurci a credere che sia così. E la cultura dominante in Occidente, almeno da due secoli, è quella borghese.

Basta spostare il punto di vista per accorgersi che altre culture praticano “una via zen all’opulenza”, una via che consiste essenzialmente nell’adattare la produzione ai bisogni (e non viceversa) e nel sostituire o integrare i comportamenti utilitaristici con comportamenti oblativi. Il fatto di non vedere l’altra economia deriva dal pregiudizio etnocentrico con cui l’Occidente interpreta queste culture, riducendo a pochi, elementari concetti, come quelli di utile e di calcolo razionale, la complessità delle motivazioni e dei comportamenti umani. Questo libretto non aggiunge onestamente molto di nuovo agli importanti lavori di Sahlins ma, come ribadisce il curatore Cristiano Casalini, può essere considerato da introduzione, da sintesi del suo pensiero e della sua metodologia. Ed è comunque un’utile occasione per ritornare a riflettere, sullo sfondo dei rapporti tra culture, sulle contraddizioni del modello di sviluppo occidentale. La lanterna dell’antropologo(Medusa, Milano, 2011, pp.62, euro 9.00) riprende la critica di Sahlins ai miti che hanno consacrato la superiorità dell’Occidente.

Innanzitutto il mito del progresso come uscita dell’uomo dallo stato di minorità, come rischiaramento operato da un ragione universale messasi in cammino per portare l’Occidente verso una fase, se non definitiva, certamente molto alta e evoluta, della storia. L’illuminismo e il positivismo, lo storicismo e il marxismo sarebbero responsabili, in modi diversi, di questa ideologia. E del corollario che comporta: che altri popoli, rispetto a questo progresso idealizzato, sarebbero fermi o in ritardo, un ritardo probabilmente incolmabile, ameno che l’Occidente non intervenga, con atteggiamento paternalistico e coloniale, a ridurlo e colmarlo. E’ come se questi popoli non avessero mai avuto una propria storia e una propria cultura. L’assunzione deterministica di un modello società e di cultura comporta inevitabilmente la svalutazione e l’emarginazione di altre forme sociali e culturali. E da qui il passo verso il razzismo diventa veramente molto breve.

Complementare al mito del progresso illimitato è il mito dell’unicità della cultura. Una delle maggiori conquiste dell’antropologia è invece la scoperta della differenza culturale che opera non solo tra culture ma all’interno della cultura. Oggi sappiamo che non solo ci sono culture diverse,ma che ogni cultura è un insieme di diversità, un ibrido, una babele, una mescolanza di forme. Se è vero, come sosteneva Simmel, che vecchie forme culturali scendono dalla scala di servizio mentre nuove forme salgono dalla scala principale, è vero pure che niente mai scompare veramente: al contrario secondo Sahlins si assiste a singolari fenomeni di accomodamento e di lotta tra vecchio e nuovo, tra tradizione e modernità, tra alto e basso, tra centro e periferia, tra ideologie dominanti e ideologie antagonistiche, resistenti o residue.

A queste conclusioni l’antropologo giunge attraverso lo studio di molte culture indigene i cui rappresentanti esportano nei paesi immigratori la propria diversità e importano, tornando a casa, la diversità altrui, realizzando così compromessi molto interessanti di inculturazione tra interno e esterno. Ma in fondo è sempre stato così, se è vero che il mondo era già “una mescolanza di indigeno e esogeno nel momento in cui gli antropologi occidentali vi sono arrivati”.

Contestando la vulgata marxista di struttura e sovrastruttura, che considera la cultura come un riflesso meccanico e compatto della base economica e sociale, e la concezione funzionalista, secondo cui la cultura è una funzione di sistema, Sahlins rivendica con forza l’autonomia e la vitalità della cultura. E la definisce con le parole dell’ intellettuale africano Paul Hountondij: “essa non è solamente un’eredità ma un progetto”. Anzi una molteplicità di progetti, di possibilità, di storie, di valori, che non sono più giudicabili alla luce della ragione universale dei Lumi e ci sfidano a spostare lo sguardo, a decentrare il giudizio, a illuminare e vedere pezzi di realtà dimenticati e ignorati. Si vedrà allora che non esiste la ragione, ma le ragioni, le prospettive, i punti di vista che entrano in relazione tra loro attraverso un gioco concorrenziale. E di fronte a questa ricchezza e a questa varietà, si potrà essere ottimisti sulle sorti della cultura, come lo erano gli illuministi.  La cultura non sparirà, le culture non spariranno, fino a quando la lanterna dell’antropologo continuerà a mostrare, come diceva Roger Garaudy, che l’Occidente è solo un accidente.

Stefano Cazzato, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 18 febbraio 2012.

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