L’economia condivisa e il controllo del lavoro al tempo di Uber

«Il capitalismo delle piattaforme», il volume di Benedetto Vecchi per la manifestolibri. Cosa c’è da sapere sulle imprese digitali e sui loro meccanismi, tra depotenziamento delle risorse umane e dispositivi di controllo politici

Il capitalismo delle piattaforme è un nome generale per un insieme di fenomeni diversi tra loro, ma accomunati da imprese basate su dispositivi e processi digitali. Le piattaforme identificano le aziende Internet più importanti come Facebook, Google, Amazon ecc., oltre a quelle della cosiddetta sharing o gig economy come Uber, Airbnb e altre che gestiscono la condivisione di beni e servizi attraverso software proprietari o aperti. La lista include anche le imprese della logistica che amministrano le merci e ne organizzano gli spostamenti, perché tutto il controllo sui beni è regolato da dispositivi e software che ne determinano le procedure di trasferimento e assemblaggio e ne verificano in ogni momento la posizione. La caratteristica centrale del capitalismo delle piattaforme è la transnazionalità di produzione e distribuzione che definisce regole autonome – indipendenti dalle autorità nazionali – che governano i dinamici spazi globali dove il business si sviluppa.

A QUESTO TEMA EMERGENTE è dedicato il nuovo libro di Benedetto Vecchi Il capitalismo delle piattaforme (Manifestolibri, 2017). Il volume di agile lettura, eppure molto denso, si pone l’obiettivo ambizioso di discutere del rapporto tra platform capitalism e processi lavorativi. Le piattaforme, infatti, sono descritte come strumenti integrati capaci di amplificare il potere delle macchine, rendendo sempre più marginali e irrilevanti le attività umane ai fini dell’esecuzione di processi per la «produzione, distribuzione e commercializzazione» di beni e servizi just in time.

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Il business degli articoli scientifici

Il gigante editoriale olandese Elsevier ha vinto a New York la causa contro i portali Sci-Hub e Library of Genesis, accusati di violazione del copyright perché consentivano (giustamente) l’accesso gratuito a milioni di saggi. Una sentenza solo simbolica perché gli «imputati» hanno sede in Russia, fuori dalla giurisdizione americana

Se qualcuno pensava che la battaglia per il libero accesso alla conoscenza nel secolo XXI fosse facile da vincere, pochi giorni fa ha ricevuto una bella doccia fredda. Il gigante editoriale scientifico Elsevier, con sede in Olanda, il 21 giugno scorso ha vinto a New York un’emblematica causa contro i portali Sci-Hub e Library of Genesis, perché consentono l’accesso gratuitamente a decine di milioni di articoli scientifici.

IL GIUDICE HA IMPOSTO una multa di 15 milioni di dollari a entrambi i siti per aver infranto le leggi sul diritto d’autore. Per accedere a quegli stessi articoli, le università di tutto il mondo devono pagare fatture ogni anno più salate. Non è un caso che il business degli editori scientifici viaggi col vento in poppa. Si stima che il mercato delle pubblicazioni scientifiche per il 2015 valga circa 25 miliardi di dollari, con una crescita del 4% all’anno e con uno straordinario margine di profitto di circa il 40% – più di quello ottenuto da giganti come Apple, Google o Amazon. Continua a leggere

Lavoro, la «segregazione» all’italiana

timthumbFondazione Di Vittorio: i lavoratori stranieri guadagnano il 27% in meno e rischiano molto più degli altri. Secondo il centro studi della Cgil gli immigrati producono l’8,6% del Pil e coprono il 63% dei lavori più umili o faticosi (braccianti, facchini, pulizie). Sono i primi a essere licenziati e il divario con gli «autoctoni», soprattutto donne, si aggrava

Con il ricatto della Bossi Fini sempre pendente come una spada di Damocle sul proprio futuro, gli immigrati in Italia hanno affrontato gli anni della grande crisi caricandosi sulle spalle più di un peso, e riuscendo comunque a produrre sempre più ricchezza.
Pagando però prezzi molto salati. A partire dal salario, più basso di circa un quarto rispetto allo stipendio dei lavoratori italiani (-24,2%), con un differenziale che arriva al -27,6% per le donne.

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I terminator del lavoro

robotNel futuro la disoccupazione sarà generalizzata. È la previsione che segue le analisi sull’automazione delle attività produttive. Una tesi che ritorna ciclicamente, da oltre cinquant’anni, ogni volta che viene annunciata qualche innovazione tecnologica.

Lo scorso anno ha provocato un certo scalpore in Italia un articolo del saggista britannico John Lanchester pubblicato dalla London Review of Books e tradotto in italiano da Internazionale intitolato Il capitalismo dei Robot. Il testo di Lanchester consta di una documentata analisi della situazione planetaria del lavoro sotto la pressione dello sviluppo tecnologico e dell’automazione. Tra i dati più spettacolari presentati da Lanchester spiccano la netta vittoria di Watson, ultimo software Ibm in materia di intelligenza artificiale, al gioco a quiz televisivo Jeopardy!, i successi del traduttore di Google e l’annuncio di Terry Gou, fondatore di Foxconn, della sua intenzione di sostituire il milione di dipendenti della celebre azienda elettronica con dei robot.

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Un «algoritmo definitivo» ci seppellirà

lalgoritmo-definitivo-coverIntelligenza artificiale . Nel suo ultimo libro, edito da Bollati Boringhieri, il computer scientist Pedro Domingos ragiona intorno alla capacità di calcolo sempre più veloce delle macchine, ormai pronte a sganciarsi dall’abilità umana

 

L’immagine che meglio si addice alla storia dell’Intelligenza artificiale è quella delle montagne russe. Salite percorse lentamente, con la sensazione di tornare rovinosamente al punto di partenza e poi la vertigine entusiasmante di scendere a precipizio verso il traguardo. È dagli anni Cinquanta del Novecento che l’andamento alterni grandi momenti di euforia a rallentamenti prossimi al blocco totale. All’annuncio della produzione di macchine pensanti seguiva la smentita data dalla realtà. Sta di fatto che l’Intelligenza artificiale ha compiuto grandi passi in avanti, ma computer capaci di apprendere e mostrare qualcosa dell’intelligenza umana non ce sono in giro.

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La lezione di Starace, l’inerzia dei media italiani

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Francesco Starace

Il cambiamento non riguarda la verità. Le strategie dell’ad di Enel sono passate inosservate da noi ma hanno dato scandalo dall’altra parte del mondo, in Cile. Il «pensiero unico» qui detta l’agenda indisturbato, e non reagiamo perché non ci piace soffrire

Il  15 aprile scorso l’ad di Enel Francesco Starace, persona di fiducia del nostro premier Matteo Renzi, intervenendo presso l’università Luiss con una lezione sulle sue tecniche aziendali innovative, ha tra l’altro dichiarato: «Per cambiare un’organizzazione ci vuole un gruppo sufficiente di persone convinte di questo cambiamento, non è necessario sia la maggioranza, basta un manipolo di cambiatori. Poi vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare e bisogna distruggere fisicamente quei centri di potere».

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