Terrorismo di Stato in America Latina

Parlano Paula Monteiro e Marc Iglesias, autori del documentario «Estados clandestinos». «I protagonisti sono i sopravvissuti di un gruppo di militanti uruguayani del Partido por la Victoria del Pueblo i quali, dopo il colpo di Stato del 1973 nel loro paese, vanno in esilio a Buenos Aires e là si organizzano per resistere alla dittatura uruguayana»

Il documentario “Estados clandestinos. Un capítulo rioplatense de la Operación Condor” è una testimonianza eccezionale sulla cooperazione poliziesca nella repressione attuata fra le dittature sudamericane negli anni 1970. Si riferisce a uno dei pochi episodi del «Plan Cóndor» con persone sopravvissute. Le quali, in prima persona, guardano nella telecamera e raccontano la propria storia. Dodici episodi. Ventiquattro testimoni. Dieci anni di lavoro. L’America del Sud sotto il tallone delle dittature militari. Migliaia di desaparecidos, assassinati, torturati. All’appello della memoria rispondono nuove generazioni di cronisti e militanti. Fra questi Paula Monteiro e Marc Iglesias, autori dell’eccellente documentario.

«I protagonisti sono i sopravvissuti di un gruppo di militanti uruguayani del Partido por la Victoria del Pueblo i quali, dopo il colpo di Stato del 1973 in Uruguay, vanno in esilio a Buenos Aires e là si organizzano per resistere alla dittatura uruguayana», racconta Marc nell’intervista con Alias. «Nel 1976, quando in Argentina arriva al potere Videla con un colpo di Stato, inizia la brutale repressione di questi attivisti, con un evidente coordinamento fra le dittature rioplatensi», aggiunge riferendosi a uno dei pochi casi, nell’operazione Cóndor, in cui alcune vittime siano sopravvissute. La peculiarità accresce il valore documentale al film, che sta raccogliendo consensi in diversi festival internazionali.

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Il corpo virtuale del narcisismo

Nuova edizione aggiornata de «La psicologia di Internet» di Patricia Wallace per Raffaello Cortina. Sedici anni dopo, la studiosa è tornata online per indagare sulle dinamiche relazionali in Rete

Quanto tempo passiamo online? È una domanda ormai priva di senso. È difficile fare una distinzione tra la vita dentro e fuori dalla rete da quando i telefonini «smart» si sono diffusi tanto capillarmente nelle nostre abitudini. Per questo la nuova edizione di La psicologia di Internet di Patricia Wallace (Raffaello Cortina Editore, 521 pp.), a sedici anni di distanza dalla precedente, ha molte difficoltà a tracciare un identikit della personalità online. Le regole sono così cambiate che non è possibile isolare i comportamenti online dagli altri. Eppure quando il principio di responsabilità e le motivazioni dell’agire si manifestano sul palcoscenico digitale, alcune caratteristiche si modificano. Il corpo è assente, se non in immagine, e con lui si cancella la capacità empatica. La distanza e la possibilità dell’anonimato rendono le persone a volte insensibili alla sofferenza altrui e le spingono a ignorare o minimizzare le conseguenze delle proprie azioni sul vissuto dell’altro.

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Corea del Nord, «Regno eremita» mica tanto

Pyongyang e non solo. La Corea del Nord, spesso definita «regno eremita», fin dagli anni della «guerra fredda», ha sviluppato una sorta di imprenditorialità che l’ha inserita nell’economia globale e che è stata capace di sviluppare diverse forme di mercato interno. Sia come stato, sia con i funzionari, sia attraverso i comuni cittadini. Mercato che cambia il paese e produce nuove diseguaglianze.

Perché la Corea del Nord non rinuncia al suo arsenale atomico, nonostante le costanti minacce da parte del mondo occidentale e – negli ultimi tempi – del suo alleato principale, la Cina? Al di là della probabile certezza della leadership nord-coreana circa l’impossibilità di un attacco militare contro le proprie basi, essendo oggi la Corea del Nord in grado di colpire tanto la Corea del Sud quanto il Giappone (e a breve, secondo studi di esperti militari americani, anche gli Usa), un’altra ragione risiede in un fenomeno quasi mai preso in considerazione quando si parla di Corea del Nord. Lo stato coreano, spesso definito «eremita», fin dagli anni della «guerra fredda» ha sviluppato una sorta di imprenditorialità capace di inserirla nell’economia globale e di sviluppare diverse forme di mercato interno.

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In Corea del Nord, repubblica «popolare» grazie al mercato

Pyonyang, complesso residenziale di Ryomyong

Reportage da Pyongyang. Il paese, considerato refrattario alle aperture, in realtà ha avviato cambiamenti di fondo, soprattutto in economia. Emerge una nuova classe urbana legata al commercio globalizzato, con nuovi stili di vita (cellulari, soap opere dal Sud, scambi privati) che sopperisce alle mancanze del regime e di fatto lo sostiene

PYONGYANG. È un cliché pressoché assodato da quasi tutti i media occidentali, quello di riportare notizie più o meno fantasiose sulla Repubblica Democratica Popolare di Corea senza effettuare alcun riscontro. Di esempi se ne potrebbero fare a decine: dalla nazionale di calcio imprigionata all’indomani della finale dei Giochi d’Asia persa contro i fratelli sudcoreani, per continuare con l’imposizione alla popolazione maschile del taglio di capelli alla Kim Jong Un o all’uccisione di Jang Song Thaek da parte di una branco di cani affamati (i giornalisti più creativi hanno aggiunto che i mastini appartenevano allo stesso Kim Jong Un che li avrebbe tenuti a digiuno proprio per renderli più aggressivi). Senza dimenticare l’affaire del 2012 del libro Fuga dal campo 14 di Blaine Harden, che raccontava la drammatica storia di Shin Dong-hyuk, unico prigioniero riuscito a fuggire da un campo di rieducazione, che fu portato a testimonianza da numerose organizzazioni dei diritti umani, anche dell’Onu, sulle crudeltà commesse verso i dissidenti. Se sulla pesante esistenza dei campi di prigionia in Nord Corea non vi è alcun dubbio, qualche incertezza è poi emersa dalla confessione dello stesso Shin Dong-hyuk secondo cui alcune affermazioni del libro e nel documento della commissione Onu «non sono reali», ma frutto della sua fantasia.

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Baudrillard e l’estasi della scrittura

Pubblicata una raccolta di saggi dello studioso francese sul rapporto tra media e terrorismo

Il terrorismo è purtroppo un tema di straordinaria attualità ed è di questi giorni la pubblicazione di una raccolta di testi scritti da Jean Baudrillard (1929-2007) intitolata Pornografia del terrorismo (Angeli, Milano, 2017, 80 pagg., 14,00 euro, a cura di Vanni Codeluppi). Il libro mette insieme le riflessioni dello studioso francese su un aspetto particolare: il rapporto tra media e terrorismo. Prima di entrare nell’argomento è necessario considerare che la parabola intellettuale di Baudrillard può essere sommariamente divisa in due fasi. La prima, critica e connotata da venature marxiste. Durante questa fase il sociologo francese ha pubblicato libri ancor oggi in grado di offrire chiavi di lettura della nostra contemporaneità quali ad esempio Il sistema degli oggetti (1968) e La società dei consumi (1974). La seconda fase segna una netta sterzata rispetto alla precedente. Possiamo etichettarla come estetica e connotata da venature nichiliste. Durante questa fase Baudrillard si occupa del terrorismo e pubblica numerosi libri tra cui quello che alcuni considerano la sua opera maggiore, Lo scambio simbolico e la morte (1976).

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Tramonto dell’American Dream nelle strade desolate di Utica

Lech Kowalski

Cinema. Intervista a Lech Kowalski, che racconta gli Stati uniti sottoproletari protagonisti del suo film «I Pay for Your Story»

Per il suo ultimo documentario – I Pay For Your Story, che ha appena presentato nel concorso internazionale di Visions du Réel – Lech Kowalski è tornato nella cittadina in cui ha passato buona parte della sua infanzia: Utica, nello Stato di New York. Una città oggi molto diversa dagli anni Sessanta in cui il regista, figlio di immigrati polacchi, ci viveva con la sua famiglia: da centro «blue collar» dell’industria tessile Utica è diventata un luogo povero, in cui «si può osservare il processo di corrosione del grande American Dream», dice Kowalski nel suo film. I protagonisti sono proprio i suoi abitanti più poveri – ex detenuti che non riescono a trovare lavoro, tossicodipendenti e intere famiglie senza prospettive – che il regista paga in cambio della loro storia. «Le loro sono le vere storie americane», spiega: quelle che consentono di capire cosa stia realmente accadendo negli Stati Uniti di oggi, dove Kowalski non girava dal 2005 del documentario Diary of a Married Man (tutti i suoi lavori si possono acquistare e vedere in streaming sul sito http://www.lechkowlaski.com). Oggi invece il regista sta girando in Francia, dove vive da tempo: «Il nuovo documentario riguarda un gruppo di operai che lavoravano in una fabbrica che ha chiuso , un problema che in Europa sta diventando rilevante quanto lo è negli Stati Uniti. Mi sono trasferito nella loro comunità nel nord della Francia, dove vivrò e girerò per un anno circa».Una «vera storia» francese in fondo non distante da quelle di I Pay For Your Story, in quanto apre uno spiraglio sul dissesto sociale che – in Europa come in America – ha contribuito all’ascesa di forze oscure.

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Un prodotto chiamato donna, il corpo acefalo della pubblicità

Questione di genere. Esplicita («montami a casa tua») o subdola (l’uso maschile e femminile dei tablet), lo spot made in Italy è inchiodato allo stereotipo. Alcuni esempi di pubblicità cambiate. Quando lo spot sessista dei pannolini («lei penserà a farsi bella, lui a fare goal»), fu sommerso dalle critiche di giovani papà e mamme e l’azienda fu costretta a cambiarlo. Quando si pensa alla pubblicità sessista vengono in mente donne in pose provocanti e doppi sensi squallidi. «Te la do gratis/ perché pagarla di più/ tu dove glielo metteresti/ montami a casa tua» e simili, ricorrenti slogan.

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