Una vita è degna se si impara a disobbedire

L’ultimo libro del filosofo francese Frédéric Gros, «Désobeir», tenta di arginare il mondo che si mette di traverso

«Di fronte all’irrazionalità del mondo, così come va» disobbedire dovrebbe essere «un’evidenza». Allora perché non accade? Abbiamo forse, definitivamente, accettato l’inaccettabile? Inizia con questo dubbio amaro l’ultimo, importante, libro di Frédéric Gros, Désobeir, (Albin Michel, pp.265, euro 19). E tuttavia l’incipit vale solo per essere immediatamente capovolto: emerge piuttosto l’urgenza di scartare, en philosophe, quelle lamentazioni sulla passività diffusa e sull’assenza di conflitti che tanto successo registrano nello sproloquio mainstream. Esempi di lotte, dice subito l’autore, certo non mancano, impossibile ignorarle.

MA QUI SI RAGIONA in punta di teoria, a monte delle esplosioni di dissenso, per comprendere le ragioni della disobbedienza all’interno di una «stilistica dell’obbedienza». Geniale inversione: sottomissione, conformismo, subordinazione, deresponsabilizzazione, consenso, diventano così punti di frizione solcati dai loro contrari – ribellione, resistenza, trasgressione, conflitto tragico, responsabilità, indelegabilità dell’azione soggettiva.

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Quello che l’umano non può mettere in catene

«Emancipazione dell’animalità» di Roberto Marchesini per Mimesis

Oggi più che mai si sente il bisogno di un grande movimento di emancipazione dell’animalità, nostra e delle altre specie. L’animalità va liberata dalle catene attraverso cui la filosofia occidentale ha cercato di contenerla e di svuotarla di significati. L’animalità è stata trasformata in un oggetto da svendere o possedere e non una dimensione di vita dotata di una propria titolarità.

È QUESTO L’INVITO che fa Roberto Marchesini nel suo ultimo lavoro, Emancipazione dell’animalità (Mimesis, pp. 188, euro 18), apice di un percorso intrapreso da tempo che ha portato l’autore a rivoluzionare una serie di concetti filosofici precedentemente considerati consolidati. Attenzione però che una rilettura del testo secondo la sola ottica della filosofia dell’animalità sarebbe al quanto riduttiva essendo, quella offerta da Marchesini, una vera e propria ontologia: l’autore rintraccia nel concetto di animalità un darsi condiviso della dimensione dell’essere, una condizione che accomuna le diverse specie animali, essere umano compreso, su una base ontologica che sta al di là delle differenze adattative.

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La via capitalistica al comunismo? Forse c’è

Lo storico e giornalista olandese Rutger Bregman è ospite oggi a Pordenonelegge con il suo «Utopia per realisti», pubblicato da Feltrinelli. «Il reddito di base universale non è né di destra né di sinistra. In America ci provò Nixon, ma i democratici lo bocciarono»

Nel suo libro Utopia per realisti (Feltrinelli) lo storico Rutger Bregman propone un’idea semplice: un reddito di base universale per sradicare la povertà e sganciare i bisogni dell’essere umano dalla schiavitù del lavoro. Il cibo, la casa, l’istruzione dovrebbero essere garantiti a tutti, in maniera incondizionata. Non un favore, ma un diritto fondamentale. A ben vedere però l’idea non sembra essere di così facile applicazione: il lavorismo che pervade le culture di sinistra e di destra, e quella di coloro che pensano che entrambe siano superate; lo Stato sociale trasformato in un «workfare» e, al fondo, il rischio che si parli di reddito per liquidare uno Stato sociale non proprio in forma smagliante. Bregman, in Italia ospite a Pordenonelegge (oggi il suo intervento) non si scompone e si fa forte di quello che Ernst Bloch ha definito lo «spirito dell’utopia».

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Il capitale di visibilità che nutre gli artisti

Nathalie Heinich

Carpi, Festival Filosofia. Intervista a Nathalie Heinich.  Sociologa brillante, è stata allieva di Pierre Bourdieu che supera in termini di metodo e campi di indagine. «Viviamo in un mondo plurale. I valori cambiano in relazione ai criteri con cui le persone giudicano»

«Fin dalla fine del XIX secolo le moderne tecnologie di riproduzione dell’immagine hanno offerto agli artisti un determinato status, quello che chiamo capitale di visibilità». Nathalie Heinich, sociologa brillante ed esperta di arte, in particolare quella contemporanea, è in Italia per una lectio magistralis nell’ambito del Festival Filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo dal titolo «Artisti. Dall’opera alla personalità». Fra gli ospiti di rilievo di questa edizione in corso, dedicata alle arti, ha partecipato anche a quella del 2014 concernente il tema della gloria.

È un contributo originale quello consegnato da Nathalie Heinich, allieva di Pierre Bourdieu di cui tuttavia ribalta la prima lezione sull’idea stessa di sociologia. L’abbiamo incontrata per comprendere quali siano le prospettive e i criteri con cui è necessario approcciarsi all’arte oggi; criteri che sono inevitabilmente diversi rispetto a quelli adottati nell’arte moderna e in quella classica. Anche per ragioni politiche, economiche e sociali.

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Tra i banchi di una pedagogia neoliberista

«Tutti i banchi sono uguali. La scuola è l’uguaglianza che non c’è», un pamphlet di Christian Raimo per Einaudi

La «Buona Scuola» di Renzi ha trasformato la scuola in un’agenzia del customer care, la cura dei clienti. La definizione è di Christian Raimo, scrittore e insegnante militante, nel suo ultimo libro Tutti i banchi sono uguali. La scuola è l’uguaglianza che non c’è (Einaudi, pp. 142, 16 euro). L’alternanza obbligatoria tra scuola e lavoro, a regime da quest’anno per gli studenti delle superiori, porta a compimento un progetto della pedagogia neoliberista: trasformare lo studente in una forza lavoro capace di praticare il problem solving e le soft skills.

QUESTE PAROLETTE sono state prelevate dai manuali di management delle risorse umane e sono state adattate alle circolari scolastiche dal ministero dell’Istruzione. È ormai noto il loro significato: trasformare la conoscenza in capacità di risolvere problemi affinché il soggetto impari a esercitare competenze molli e trasversali sul lavoro e nella vita. La scuola, oggi, insegna a diventare forza lavoro adattabile al mercato, non una soggettività che afferma il proprio diritto a esistere nella società e sul mercato. A questo fine è utile fare un tirocinio da 200 o 400 ore per friggere patatine, servire un gelato da Mc Donald’s o aiutare un cliente che cerca un vestito last-minute da Zara. Questo progetto di professionalizzazione dell’istruzione ha ricevuto una spinta dal renzismo: educare gli adolescenti alla morale dell’imprenditore di se stesso – imparare a gestirsi come un’impresa – in una società dove la regola è il lavoro gratuito, estenuante è la ricerca di una visibilità funzionale alla conquista di un «lavoretto».

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Arte urbana. Con “Ceremony”, il filosofo Engels torna finalmente a casa

 Phil Collins riconduce a Manchester la statua del pensatore radicale, coautore del «Manifesto del partito comunista» con Marx. L’artista ha recuperato il monumento, sfuggito alla «dekomunizace» in un paesino al confine russo-ucraino

Manchester, la statua di Engels a Tony Wilson Place

 

Il Mif, il Festival che biennalmente ingloba musica, arte, architettura, cinema e che con i suoi potenti progetti artistici ha rianimato anche quest’anno la città di Manchester, nell’edizione 2017 ha visto brillare l’intervento installativo (in forma permanente) di Phil Collins, Ceremony.

Collins, nato a Runcorn ma formatosi negli anni ’90 alla mitica Manchester University (in cui aveva insegnato Alan Turing) è uno degli artisti più anticonvenzionali del panorama internazionale (nomination nella shortlist del Turner Prize 2006) che, attraverso strategie di rappresentazione ipermedializzate, svuota il solito binomio oggetto-fruitore e ribalta le ordinarie dinamiche innescate dall’atto del vedere.

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La grande guerra di classe. Recensione al libro di Jacques R. Pauwel

L’omicidio dell’arciduca Francesco Ferdinando, avvenuto il 28 giugno 1914 per mano del nazionalista slavo Gavrilo Princip, fu accolto quasi con sollievo dalle grandi potenze mondiali. Era il pretesto che cercavano, da tempo, per poter dar vita ad un conflitto in grado di affievolire la crescita delle idee rivoluzionarie in Europa e, grazie ad una propaganda martellante, far passare addirittura dalla loro parte una larga maggioranza di leader dei partiti socialisti del vecchio continente. È questa la tesi che anima il volume dello storico Jacques R. Pauwels, La grande guerra di classe, Pagg. 557, € 27, Zambon Editore, 2017.

Non ci poteva essere un titolo maggiormente appropriato perché Pauwels condensa in pochissime parole ciò che fu la prima guerra mondiale, un conflitto sorto sia con lo scopo di annacquare la coscienza di classe del sottoproletariato, dei lavoratori e delle fasce sociali più deboli della popolazione sia con il fine di utilizzarle come carne da macello, come dimostra la fine, all’insegna di stenti e patimenti, della maggior parte dei soldati costretti a trascorrere gran parte della loro vita nelle trincee in condizioni disumane. Gavrilo, fa notare Pauwels, è la forma slava di Gabriel, il nome dell’arcangelo dell’annuncio a Maria, che significa “messaggero” o “colui che annuncia”.

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