Non ci sono più le classi sociali di una volta

Italia 2017. Rapporto annuale Istat: la relazione tra l’appartenenza di classe e l’identità sociale si è sfaccettata. Operai e borghesi sono classi esplose nella crisi. La zona grigia dove si intrecciano la precarizzazione degli uni e la proletarizzazione degli altri coinvolge ugualmente il lavoro autonomo freelance e ordinistico. Il presidente Istat Alleva: «La ripresa, a causa dell’intensità insufficiente della crescita economica, stenta ad avere gli stessi effetti positivi diffusi all’intera popolazione». E’ record di precariato e disuguaglianze, mentre crollano le nascite

Dieci anni di crisi hanno frammentato la classe operaia e la classe media e modificato il senso dell’appartenenza sociale. Il rapporto annuale dell’Istat, presentato ieri alla Camera dal presidente Giorgio Alleva, sostiene che la classe operaia ha perso il suo connotato univoco, mentre la borghesia si distribuisce su più gruppi sociali. La relazione tra l’appartenenza di classe e l’identità sociale si è sfaccettata e il reddito da lavoro non basta per definire capacità e disponibilità omogenee all’interno delle stesse classi sociali tradizionali.

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Charles Burnett, combattere il razzismo è lotta di classe

Charles Burnett

L’America di Trump. Conversazione col cineasta protagonista della new wave black degli anni ’70

Parigi. Tutto comincia negli anni Sessanta, dalle marce di protesta vincenti, dalle rivolte, dai leader assasinati come Martin Luther King e Malcolm X. È allora, più o meno, che Charles Burnett, ragazzo del sud cresciuto nel ghetto nero di Los Angeles arriva all’UCLA, il campus d’eccellenza californiano, facoltà di cinema e televisione, dove incontra altri giovani african american che con lui condividono il desiderio di raccontare la propria storia in modo indipendente.
Haile Gerima, Julie Dash, Larry Clark insieme a Burnett diventeranno protagonisti di una nuova onda di cinema a improvvisazione controllata, invenzione dell’ arte recitativa, e soprattutto libertà dagli stereotipi per una nuova, imprevista, immagine degli african american radicalmente politica nelle sue scelte estetiche e narrative. Una libertà che il mercato non perdona relegandoli all’esclusione, dimenticando ancora oggi, in epoca di Oscar african american quanto sia stata preziosa. Forse anche perché troppo «di classe».
Incontro Charles Burnett a Parigi, nei giorni del festival Cinéma du Reel, che gli ha dedicato una retrospettiva.
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Corea del Nord, «Regno eremita» mica tanto

Pyongyang e non solo. La Corea del Nord, spesso definita «regno eremita», fin dagli anni della «guerra fredda», ha sviluppato una sorta di imprenditorialità che l’ha inserita nell’economia globale e che è stata capace di sviluppare diverse forme di mercato interno. Sia come stato, sia con i funzionari, sia attraverso i comuni cittadini. Mercato che cambia il paese e produce nuove diseguaglianze.

Perché la Corea del Nord non rinuncia al suo arsenale atomico, nonostante le costanti minacce da parte del mondo occidentale e – negli ultimi tempi – del suo alleato principale, la Cina? Al di là della probabile certezza della leadership nord-coreana circa l’impossibilità di un attacco militare contro le proprie basi, essendo oggi la Corea del Nord in grado di colpire tanto la Corea del Sud quanto il Giappone (e a breve, secondo studi di esperti militari americani, anche gli Usa), un’altra ragione risiede in un fenomeno quasi mai preso in considerazione quando si parla di Corea del Nord. Lo stato coreano, spesso definito «eremita», fin dagli anni della «guerra fredda» ha sviluppato una sorta di imprenditorialità capace di inserirla nell’economia globale e di sviluppare diverse forme di mercato interno.

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In Corea del Nord, repubblica «popolare» grazie al mercato

Pyonyang, complesso residenziale di Ryomyong

Reportage da Pyongyang. Il paese, considerato refrattario alle aperture, in realtà ha avviato cambiamenti di fondo, soprattutto in economia. Emerge una nuova classe urbana legata al commercio globalizzato, con nuovi stili di vita (cellulari, soap opere dal Sud, scambi privati) che sopperisce alle mancanze del regime e di fatto lo sostiene

PYONGYANG. È un cliché pressoché assodato da quasi tutti i media occidentali, quello di riportare notizie più o meno fantasiose sulla Repubblica Democratica Popolare di Corea senza effettuare alcun riscontro. Di esempi se ne potrebbero fare a decine: dalla nazionale di calcio imprigionata all’indomani della finale dei Giochi d’Asia persa contro i fratelli sudcoreani, per continuare con l’imposizione alla popolazione maschile del taglio di capelli alla Kim Jong Un o all’uccisione di Jang Song Thaek da parte di una branco di cani affamati (i giornalisti più creativi hanno aggiunto che i mastini appartenevano allo stesso Kim Jong Un che li avrebbe tenuti a digiuno proprio per renderli più aggressivi). Senza dimenticare l’affaire del 2012 del libro Fuga dal campo 14 di Blaine Harden, che raccontava la drammatica storia di Shin Dong-hyuk, unico prigioniero riuscito a fuggire da un campo di rieducazione, che fu portato a testimonianza da numerose organizzazioni dei diritti umani, anche dell’Onu, sulle crudeltà commesse verso i dissidenti. Se sulla pesante esistenza dei campi di prigionia in Nord Corea non vi è alcun dubbio, qualche incertezza è poi emersa dalla confessione dello stesso Shin Dong-hyuk secondo cui alcune affermazioni del libro e nel documento della commissione Onu «non sono reali», ma frutto della sua fantasia.

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Il mito del self-made man? Non è un buon affare

Ho diversi amici che hanno figli adolescenti o iscritti ai primi anni di università. Con alcuni di questi ragazzi ho sviluppato un eccellente rapporto e parliamo dei più disparati argomenti. In numerose occasioni ho avuto modo di verificare che la loro visione del mondo è fortemente influenzata dal mito del self-made man. Il significato di tale mito è presto detto: rappresenta l’ideale dell’uomo che partendo dal nulla e in virtù dei propri esclusivi meriti raggiunge la ricchezza e il successo. Il corrispettivo femminile è il molto meno usato self-made woman e, in seconda battuta, donna in carriera. In ogni caso, si tratta di un racconto che ha una forte presa sull’immaginario collettivo e fa parte del più complessivo sogno americano in cui anche noi italiani veniamo allevati sin dalla più tenera età. Zio Paperone che accumula una fortuna colossale partendo da un misero cent è la versione fumettistica dell’uomo che si fa da sé. Nella realtà, se vogliamo fare un nome, Steve Jobs è considerato un uomo che senza un soldo e senza una laurea, ma con grande inventiva e volontà, ha creato dal nulla un impero economico nel settore hi-tech. E Jobs è presentato ai giovani che intendono fare fortuna nell’economia digitale come un esempio da seguire.

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Il miraggio della libertà nel mondo antico

Una scena dal film «Spartacus» di Stanley Kubrick con Kirk Douglas, 1960

Intervista con Orietta Rossini, curatrice della mostra «Spartaco. Schiavi e padroni a Roma», all’Ara Pacis

Il giurista Gaio, suddito dell’illuminato Marco Aurelio, divideva in due la specie umana: liberi e schiavi. Un sistema binario, nel probabile rapporto di sette a tre, raccontato crudamente all’Ara Pacis dalla mostra Spartaco. Schiavi e padroni a Roma, curata da Claudio Parisi Presicce, Orietta Rossini e Lucia Spagnuolo e visitabile fino al 17 settembre.

A UN CERTO PUNTO del percorso espositivo, l’attenzione è catturata da un contenitore bronzeo di profumi in forma di testa di schiavo, in prestito dal Louvre. È questa l’essenza di Roma: il profumo degli eletti costruito sul sudore insanguinato della maggioranza. L’Urbe segna l’origine del capitalismo. E infatti poggiava i piedi sullo schiavismo. «L’idea è nata al museo archeologico di Madrid, dopo aver visto le catene in ferro rinvenute nelle miniere romane – racconta Orietta Rossini – Quando sono giunti all’Ara Pacis i due reperti esposti, l’archeologa accompagnatrice mi ha detto che i restauratori avevano individuato evidenti tracce di resti organici impresse nel ferro».

 

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Baudrillard e l’estasi della scrittura

Pubblicata una raccolta di saggi dello studioso francese sul rapporto tra media e terrorismo

Il terrorismo è purtroppo un tema di straordinaria attualità ed è di questi giorni la pubblicazione di una raccolta di testi scritti da Jean Baudrillard (1929-2007) intitolata Pornografia del terrorismo (Angeli, Milano, 2017, 80 pagg., 14,00 euro, a cura di Vanni Codeluppi). Il libro mette insieme le riflessioni dello studioso francese su un aspetto particolare: il rapporto tra media e terrorismo. Prima di entrare nell’argomento è necessario considerare che la parabola intellettuale di Baudrillard può essere sommariamente divisa in due fasi. La prima, critica e connotata da venature marxiste. Durante questa fase il sociologo francese ha pubblicato libri ancor oggi in grado di offrire chiavi di lettura della nostra contemporaneità quali ad esempio Il sistema degli oggetti (1968) e La società dei consumi (1974). La seconda fase segna una netta sterzata rispetto alla precedente. Possiamo etichettarla come estetica e connotata da venature nichiliste. Durante questa fase Baudrillard si occupa del terrorismo e pubblica numerosi libri tra cui quello che alcuni considerano la sua opera maggiore, Lo scambio simbolico e la morte (1976).

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