Il caso Weinstein tra la Waterloo del giornalismo e il lavoro servile

All’improvviso le luci di Hollywood sono letteralmente esplose e la più importante fabbrica dei sogni dell’Occidente si è rivelata al mondo come una tenebrosa casa degli orrori per tante, tantissime donne che lavorano nel celeberrimo quartiere di Los Angeles. A fare da detonatore è stato il caso del molestatore seriale Harvey Weinstein, potentissimo produttore cinematografico statunitense, fondatore di una macchina da Oscar come la Miramax e in altri tempi definito “Dio” da Meryl Streep. Il caso è esploso grazie a un’inchiesta del New Yorker condotta per oltre un anno da Ronan Farrow (figlio di Mia Farrow e Woody Allen). Dall’inchiesta è emerso che per decenni Weinstein ha molestato attrici, impiegate e collaboratrici. Da parte del magnate sono seguite scuse contrite, qualche smentita e il momentaneo ritiro dall’attività. Lo scoop di Ronan Farrow non si è fermato al cinema e ha varcato i confini della città degli angeli generando un effetto domino in diverse nazioni e settori produttivi: il cinema appunto, ma poi la televisione, il mondo dell’alta tecnologia, quello della politica. Il sexgate parla anche italiano. L’attrice Asia Argento ha accusato Weinstein di averla stuprata nel 1997 in un hotel di Cannes, poi è scoppiato il caso del regista Fausto Brizzi e le molestie hanno lambito anche il mondo dello sport. Continua a leggere

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La costruzione del nemico pubblico

Uno stralcio dal discorso del filosofo francese, Etienne Balibar,  in occasione del conferimento del premio Hannah-Arendt per il pensiero politico 2017

Una comunità politica non può durare, né svilupparsi, se i fondamenti della sua legittimità e della sua efficacia non vengono riattivati in permanenza. Questa tesi è valida anche per l’Unione europea. Ma l’esame della situazione attuale porta a una contraddizione flagrante a chiedersi per quanto tempo potrà durare. Da un lato è chiaro che «noi», cittadini europei (degli stati membri e l’insieme dei residenti nel «territorio» europeo) abbiamo bisogno della costruzione europea sul lungo periodo, nella forma attuale o modificata: una garanzia perché i conflitti non degenerino in ostilità violenta, al limite dello sterminio. In gioco non è solo un «principio di precauzione», ma la capacità collettiva dell’Europa a costruire una via collettiva che porti da un passato, pieno di violenze contro se stessa e contro gli altri, verso un avvenire pieno di incertezze e di sfide, nel contesto della mondializzazione dove l’Europa non occuperà mai più una posizione «centrale», tenuta lontana dal «grande gioco» dell’egemonia che si svolge ormai tra l’America e l’Asia. Continua a leggere

Convivere con le alluvioni

Renzo Rosso ha appena dato alle stampe Bombe d’acqua. Alluvioni d’Italia dall’unità al terzo millennio (Marsilio, Venezia, 2017, 278 pagg., 23,00 euro). L’autore insegna costruzioni idrauliche e marittime e idrologia al Politecnico di Milano. In quanto studioso delle masse d’acqua presenti sul pianeta Terra il suo libro rappresenta per così dire la voce della scienza sul sempre più preoccupante fenomeno delle alluvioni che colpiscono il nostro paese e più in generale sui cambiamenti climatici. Il lettore non si aspetti però una pesante, specialistica e distaccata trattazione di questi argomenti. Al contrario, Bombe d’acqua è un libro scritto da uno scienziato che interroga la storia, la politica, la pubblica amministrazione, il potere economico e per farla breve la società italiana nel suo insieme. Continua a leggere

L’esistenza fittizia di un «noi» senza conflitti

«Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra» di Alessandro Dal Lago, per Cortina editore. Quale forma di partecipazione si offre con la promessa dell’agire collettivo e dell’appartenenza?

«Questa è l’essenza di ciò che si chiama populismo: parlare per conto di un popolo che non c’è». Proviamo a prendere le mosse da questa affermazione di pregevole nettezza tratta dal primo capitolo del nuovo libro di Alessandro Dal Lago (Populismo digitale, Raffaello Cortina, pp. 170, euro 14). Nella sua semplicità la definizione ha il merito di mettere a fuoco la coincidenza tra l’idea di popolo e il suo uso politico, di cui l’autore ripercorre sommariamente la storia fino alla nostra contemporaneità digitale. Continua a leggere

La perdita di originalità del pop

“L’era pop in cui viviamo è impazzita per tutto ciò che è rétro e commemorativo. Gruppi che si riformano, reunion tour, album tributo e cofanetti, festival-anniversari ed esecuzioni dal vivo di album classici: quanto a passione per la musica di ieri, ogni anno supera il precedente. E se il pericolo più serio per il futuro della nostra cultura musicale fosse… il passato?”. E’ con questo interrogativo che si apre il libro di Simon Reynolds, Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato, (minimun fax, Roma, 2017, 528 pagg., 20,00 euro, traduzione di Michele Piumini, edizione originale 2011).

La domanda è chiara e ben posta. La risposta tuttavia non può esaurirsi nell’alternativa sì/no. Tant’è che occorrono oltre cinquecento pagine per affrontare un problema così complesso. Cinquecento pagine in cui Reynolds dà fondo al suo sterminato repertorio di informazioni prendendo in esame stili e tendenze, generi e microgeneri che si sono affacciati sulla scena musicale da cinquant’anni a questa parte.

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Neurotecnologie. L’identità nuova con un microchip

 A che punto è la ricerca sull’interfaccia «cervello-computer». Un tempo, le onde cerebrali riguardavano solo psichiatri e neurologi, oggi fanno gola a molti e si concentrano su di loro diversi interessi, non ultimi quelli commerciali

Salito sull’automobile, Rodrigo Mendes non trovò né i pedali né il volante. L’auto iniziò a muoversi e imboccò la strada. Rodrigo non aveva mai guidato in vita sua, ma la macchina seguì gli ordini che lui impartiva col pensiero. Non è l’incipit di romanzo di fantascienza sudamericano, ma la fedele cronaca dell’impresa del quarantatreenne Rodrigo Mendes, paraplegico da quando, nel 1992, prese una pallottola alla nuca durante il furto di un’auto a San Paolo del Brasile.

Mendes, che oggi dirige un istituto dedicato alla riabilitazione e all’inserimento sociale delle persone con disabilità di vario tipo, nello scorso aprile ha guidato un’auto da corsa grazie a una speciale apparecchiatura in grado di «leggere» le onde cerebrali e tradurle in istruzioni eseguite da altre macchine, come «gira a destra», «rallenta» o «accelera». Continua a leggere