La comunicazione sindacale come strumento di conoscenza e di lotta

In libreria e in formato e-book Comunicare il sindacato. Guida pratica. Una cassetta d’attrezzi per rappresentare i diritti di lavoratori

Scrivere un volantino, un comunicato stampa, un’e-mail, impostare un manifesto, utilizzare dispositivi informatici, ascoltare attivamente, proporre uno stile comunicativo, intervenire in una riunione, partecipare a un negoziato, parlare in pubblico: ecco i principali momenti in cui si articola la comunicazione sindacale. Per ognuno di questi momenti – e per molti altri ancora Comunicare il sindacato offre gli strumenti operativi necessari al fine di trasmettere i propri messaggi in maniera chiara, efficace e convincente.

Per chi svolge l’attività sindacale Comunicare il sindacato costituisce la più completa cassetta d’attrezzi disponibile oggi nel panorama editoriale italiano. Ma non solo. La Guida inquadra la comunicazione all’interno delle più vaste dinamiche sociali, politiche e culturali che attraversano il mondo del lavoro con una particolare attenzione al pubblico impiego.

Per l’autore la comunicazione non è un fatto tecnico ma una relazione sociale. Osservata da questa prospettiva la comunicazione del sindacato è in lotta nell’arena pubblica per affermare i propri valori – in primis quello della solidarietà – e per difendere i diritti dei lavoratori. Diritti sempre più minacciati dalla mitologia della globalizzazione.

Proprio in nome della globalizzazione da tempo si sta riportando indietro l’orologio della storia a tutto vantaggio dei poteri economici. In una società sempre più diseguale la battaglia tra chi nega i diritti dei lavoratori e chi li afferma si gioca anche sulla capacità di utilizzare efficacemente i mezzi di comunicazione. Per questo motivo Comunicare il sindacato costituisce un indispensabile strumento a disposizione del sindacalista al fine di integrare le capacità acquisite sul campo con una serie di consigli pratici su come migliorarle.

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Giornalismo. Tutti i numeri di una crisi in un saggio di Vittorio Meloni

L’inarrestabile crollo di vendite della carta stampata impone al giornalismo di riflettere sempre più su se stesso interrogandosi sul proprio stato di salute, sulle trasformazioni della professione, sulla costante perdita di lettori, sull’avvento della cosiddetta post-verità e così via. Dinanzi alle sofferenze sempre più forti dei giornali e dei media tradizionali Vittorio Meloni – in passato alla guida della comunicazione di grandi gruppi industriali e dal 2005 direttore delle relazioni esterne di Intesa San Paolo – prova a fare il punto della situazione con un agile e documentato tascabile intitolato “Il crepuscolo dei media. Informazione, tecnologia e mercato“, (Laterza, Bari-Roma, 2017, 137 pagg., 13,00 euro).

La riflessione di Meloni prende le mosse dalla crisi irreversibile dell’editoria tradizionale. I dati che l’autore presenta sono davvero impressionanti. Vediamone alcuni. Dal 2007 al 2016 le vendite complessive dei quotidiani sono passate da 5,8 milioni a 3 milioni di copie giornaliere, registrando una contrazione del 48%. Non basta. Oggi tra i giovani in età compresa tra i 14 e i 29 anni la penetrazione della carta stampata sfiora a stento il 30% contro il 44% registrato all’inizio del secolo. Ancora: dal 2007 al 2015 la spesa delle famiglie per libri e giornali è scesa del 39%. E neppure lo sbarco delle testate cartacee sul Web ha contribuito a risollevarne le sorti perché i ricavi pubblicitari stentano seppure a fronte di milioni di click.

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L’essenza della Resistenza

La casa editrice Neri Pozza ha recentemente riproposto un proprio libro pubblicato nel 1955 e scritto da Max Salvadori (1908-1992): Breve storia della Resistenza italiana (Vicenza, 2016, 332 pagg., 16,50 euro). Salvadori è stato un personaggio straordinario. Uomo di pensiero così come d’azione contribuì alla liberazione del nostro paese dal nazifascismo lavorando per il SOE (Special Operation Service), nucleo operativo dei servizi segreti inglesi, fino a diventare ufficiale delle forze armate britanniche. Salvadori proveniva da una ricca famiglia di orientamento liberale e dalla mentalità cosmopolita costretta, nel 1925, a riparare in Svizzera a causa delle aggressioni subite dai picchiatori fascisti. La famiglia di Salvadori faceva insomma parte di quella minuscola frazione dell’élite borghese che si oppose al regime mentre la maggioranza lo sosteneva in nome del pericolo rosso.

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Modernità delle gabbie. Il cuore è uno zingaro

«Non sono razzista, ma…». Si tenga conto che oggi l’etichetta «zingaro» (o, più diffusamente, «rom») risulta al primo posto nella classifica della riprovazione sociale. Dal romanticismo magico dell’epopea gitana che sbanca il festival di Sanremo alla consapevolezza di Jannacci e De André

Nel retro del supermercato Lidl, due donne di etnia rom vengono sorprese da tre dipendenti mentre frugano tra i cartoni da smaltire. La scena successiva: le due donne sono state rinchiuse all’interno di una gabbia che contiene altri cassonetti bianchi pieni di cartoni. Piangono, gridano a voce altissima, sbattono mani e braccia contro l’inferriata, cercando di forzarla. Fuori dalla gabbia, due dei dipendenti ridono rumorosamente e uno, con voce stentorea, si rivolge alle donne. Ripete più volte che non si può entrare nell’angolo dei rifiuti della Lidl: «No, non si può entrare».

A UN TRATTO, l’eccesso di riso lo fa tossire. Un terzo addetto, nel frattempo, registra tutto col telefonino e si arrampica sulla sommità della gabbia per riprendere la scena dall’alto (successivamente due dei dipendenti verranno licenziati dall’azienda tedesca).
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Un campo di sogni interrotti. Intervista a Darwin Pastorin

Il calcio giocato sui campi spelacchiati di periferia è la miglior risposta al calcio folle e globalizzato. Darwin Pastorin, cronista sportivo di lungo corso, lodevole per averci risparmiato l’ennesima biografia di una stella del calcio, scrive Lettera a un giovane calciatore (chiarelettere, euro 13,00). Un manifesto del calcio come scuola di vita e l’invito ad abbandonare gli stadi faraonici per tornare sui campi di periferia, perché è lì che si formano i giovani calciatori.

Perché hai scelto un con un giovane calciatore?

Rappresenta il presente e soprattutto il futuro. E’ stato importante accompagnarlo su un campo di periferia, dove ho giocato da ragazzo, ma anche l’occasione per ricordare il mio lungo cammino come inviato della carta stampata, raccontando, attraverso il pallone, non soltanto gli stadi, ma anche le persone, i popoli, le nazioni, cercando di capire le speranze future del calcio, gli acquisti da capogiro, penso a Neymar, al ragazzo Neymar, che forse non c’è più, perché è difficile restare ragazzo se a quell’età hai tutto.

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Pedagogia. La felicità scorre tra i banchi

Céline Alvarez, linguista e maestra, autrice del libro «Le leggi naturali del bambino», è in Italia ospite del festival Torino Spiritualità. ««Il mio approccio è aperto, senza metodi prefissati. In futuro, mi concentrerò sul rapporto con la natura e il gioco libero»

Si può essere felici a scuola? Secondo la linguista e maestra Céline Alvarez, divenuta un caso in Francia per il suo approccio educativo che coniuga insieme Montessori e neuroscienze, provare gioia imparando non sarebbe neanche tanto difficile. Sarebbe anzi la norma. Purtroppo, la vita fra i banchi dei più piccoli somiglia molto a uno spreco. Lei, però, nei suoi tre anni di sperimentazione nelle classi materne di Gennevilliers, luogo socialmente problematico, ha sparigliato la noia e sorpreso i genitori. «A casa, i loro bambini guardavano meno la televisione, volevano apprendere, aiutare i loro fratelli e sorelle o i loro cugini, leggere in continuazione», scrive nel suo libro Le leggi naturali del bambino (Mondadori, pp. 352, euro 20). Nonostante i suoi metodi siano stati considerati controversi dal sistema ufficiale e da diversi docenti, Alvarez ha vinto sul campo. Il problema è semmai per quanto tempo, dato che quegli stessi alunni, lasciate le materne per avviarsi verso altri gradi di istruzione, sono dovuti tornare nelle spire della scuola classica, quella che genera tristezza.
Ospite al festival Torino Spiritualità (sabato incontrerà il pubblico, alle 17, presso il Circolo dei lettori), Céline Alvarez è convinta che, siccome ogni bambino è programmato per imparare, ami profondamente farlo. Continua a leggere

Una vita è degna se si impara a disobbedire

L’ultimo libro del filosofo francese Frédéric Gros, «Désobeir», tenta di arginare il mondo che si mette di traverso

«Di fronte all’irrazionalità del mondo, così come va» disobbedire dovrebbe essere «un’evidenza». Allora perché non accade? Abbiamo forse, definitivamente, accettato l’inaccettabile? Inizia con questo dubbio amaro l’ultimo, importante, libro di Frédéric Gros, Désobeir, (Albin Michel, pp.265, euro 19). E tuttavia l’incipit vale solo per essere immediatamente capovolto: emerge piuttosto l’urgenza di scartare, en philosophe, quelle lamentazioni sulla passività diffusa e sull’assenza di conflitti che tanto successo registrano nello sproloquio mainstream. Esempi di lotte, dice subito l’autore, certo non mancano, impossibile ignorarle.

MA QUI SI RAGIONA in punta di teoria, a monte delle esplosioni di dissenso, per comprendere le ragioni della disobbedienza all’interno di una «stilistica dell’obbedienza». Geniale inversione: sottomissione, conformismo, subordinazione, deresponsabilizzazione, consenso, diventano così punti di frizione solcati dai loro contrari – ribellione, resistenza, trasgressione, conflitto tragico, responsabilità, indelegabilità dell’azione soggettiva.

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