I nuovi filistei. Conformismi dei nostri tempi

In un mondo in cui tutti cercano di distinguersi, di apparire diversi, unici e originali esistono ancora i conformisti? Sì, e in gran quantità dato che costituiscono la maggioranza degli appartenenti a ogni società, compresa la nostra. A partire da questa premessa Simonetta Bisi, docente di sociologia alla Sapienza di Roma, ha tracciato un quadro sulla formazione dell’identità collettiva contemporanea in un piccolo e denso tascabile intitolato La maggioranza sta. I conformisti del XXI secolo, (Bordeaux, Roma, 2017, 138 pagg., 16,00 euro). Il tema affrontato dalla Bisi è per certi versi spinoso perché nelle scienze sociali lo si dà per acquisito così come capita per la legge di gravità e spesso e volentieri gli studiosi si accontentano della sua funzione più immediata: il conformismo integra gli individui abbassando così il livello di conflittualità. E tuttavia c’è conformismo e conformismo. Di che tipo è il conformismo del XXI secolo?

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Zadie Smith, lo stretto legame tra politica e letteratura.  Intervista con la scrittrice vincitrice del premio Hemingway

Dopo il successo di Denti bianchi (Mondadori) che 15 anni fa le ha garantito un posto di rilievo all’interno del panorama letterario internazionale, Zadie Smith è oggi una quarantenne che continua a interrogarsi sulla scrittura e sull’urgenza di affrontare temi sociali. Lo ha fatto anche a Lignano Sabbiadoro pochi giorni fa, in occasione del premio Hemingway per la Letteratura 2017, quando ha ricordato duramente l’incuria con cui è stato costruito l’edificio di Londra «per poveri» andato a fuoco mietendo oltre cento vittime – per risparmiare non erano stati usati materiali ignifughi.

Anche in questo suo ultimo volume, Swing Time (Mondadori), utilizza la narrazione per conciliare questioni di carattere personale con quelle più generali che riguardano tutti noi ma di cui spesso ci si dimentica. Numerosi sono i passaggi in cui le singole storie veicolano una più vasta comprensione del mondo.

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L’economia condivisa e il controllo del lavoro al tempo di Uber

«Il capitalismo delle piattaforme», il volume di Benedetto Vecchi per la manifestolibri. Cosa c’è da sapere sulle imprese digitali e sui loro meccanismi, tra depotenziamento delle risorse umane e dispositivi di controllo politici

Il capitalismo delle piattaforme è un nome generale per un insieme di fenomeni diversi tra loro, ma accomunati da imprese basate su dispositivi e processi digitali. Le piattaforme identificano le aziende Internet più importanti come Facebook, Google, Amazon ecc., oltre a quelle della cosiddetta sharing o gig economy come Uber, Airbnb e altre che gestiscono la condivisione di beni e servizi attraverso software proprietari o aperti. La lista include anche le imprese della logistica che amministrano le merci e ne organizzano gli spostamenti, perché tutto il controllo sui beni è regolato da dispositivi e software che ne determinano le procedure di trasferimento e assemblaggio e ne verificano in ogni momento la posizione. La caratteristica centrale del capitalismo delle piattaforme è la transnazionalità di produzione e distribuzione che definisce regole autonome – indipendenti dalle autorità nazionali – che governano i dinamici spazi globali dove il business si sviluppa.

A QUESTO TEMA EMERGENTE è dedicato il nuovo libro di Benedetto Vecchi Il capitalismo delle piattaforme (Manifestolibri, 2017). Il volume di agile lettura, eppure molto denso, si pone l’obiettivo ambizioso di discutere del rapporto tra platform capitalism e processi lavorativi. Le piattaforme, infatti, sono descritte come strumenti integrati capaci di amplificare il potere delle macchine, rendendo sempre più marginali e irrilevanti le attività umane ai fini dell’esecuzione di processi per la «produzione, distribuzione e commercializzazione» di beni e servizi just in time.

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Utopie reali in attesa del sole dell’avvenire

Erik Olin Wright

Intervista al presidente dell’Associazione statunitense di sociologia, Erik Olin Wright. Docente all’università del Wisconsin è diventato l’animatore di un progetto globale di alternativa al capitalismo, sostenendo che Uguaglianza, libertà, partecipazione devono diventare i principî guida di cooperative, economia solidale, istituzioni e esperienze di mutuo soccorso

«È sempre una sfida dire qualcosa di ragionevole in merito alle alternative al mondo esistente, specie quando si tratta di questioni complesse come un sistema sociale. Progetti esaurienti per modi alternativi di organizzare la società sembrano sempre innaturali, e sicuramente frutto di congetture. Questo è uno dei motivi per cui Marx è sempre stato scettico verso questi sforzi. Tuttavia, se non riusciamo a pensare ad alternative, il mondo così com’è si presenta sempre come naturalizzato». Gli interessi di ricerca di Erik Olin Wright – docente presso l’Università del Wisconsin e già presidente dell’Associazione statunitense di sociologia – si sono a lungo soffermarti sul concetto di classe e sulle forme di oppressione prodotte dal sistema capitalistico. Negli anni più recenti ha sviluppato un progetto, Real Utopias che è diventato anche un libro (Verso 2010). Il progetto mira all’analisi delle forme economiche alternative al capitalismo.

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Il business degli articoli scientifici

Il gigante editoriale olandese Elsevier ha vinto a New York la causa contro i portali Sci-Hub e Library of Genesis, accusati di violazione del copyright perché consentivano (giustamente) l’accesso gratuito a milioni di saggi. Una sentenza solo simbolica perché gli «imputati» hanno sede in Russia, fuori dalla giurisdizione americana

Se qualcuno pensava che la battaglia per il libero accesso alla conoscenza nel secolo XXI fosse facile da vincere, pochi giorni fa ha ricevuto una bella doccia fredda. Il gigante editoriale scientifico Elsevier, con sede in Olanda, il 21 giugno scorso ha vinto a New York un’emblematica causa contro i portali Sci-Hub e Library of Genesis, perché consentono l’accesso gratuitamente a decine di milioni di articoli scientifici.

IL GIUDICE HA IMPOSTO una multa di 15 milioni di dollari a entrambi i siti per aver infranto le leggi sul diritto d’autore. Per accedere a quegli stessi articoli, le università di tutto il mondo devono pagare fatture ogni anno più salate. Non è un caso che il business degli editori scientifici viaggi col vento in poppa. Si stima che il mercato delle pubblicazioni scientifiche per il 2015 valga circa 25 miliardi di dollari, con una crescita del 4% all’anno e con uno straordinario margine di profitto di circa il 40% – più di quello ottenuto da giganti come Apple, Google o Amazon. Continua a leggere

Il decennio in cui iniziò l’era della grande normalizzazione

Di tanto in tanto assistiamo a campagne più o meno convinte sul ritorno degli anni ’80. Recentemente la convinzione si deve essere rafforzata perché da alcuni mesi è partita un’offensiva mediatica finalizzata a sostenere il ritorno di un decennio che non intende diventare una pagina di storia. E allora, se gli anni ’80 vengono costantemente riproposti, una qualche sorta di continuità tra passato e presente deve pur esserci. E in effetti c’è. Però, prima di entrare nel merito, corre l’obbligo di dire subito che l’attuale campagna stampa, così come le precedenti, nulla hanno a che fare con l’informazione. Si tratta invece di complesse operazioni di comunicazione commerciale che vedono, se mi si passa l’espressione, l’associazione d’impresa tra diverse industrie: mass-media, moda, cinema, Tv, musica e, come soci di minoranza, altre industrie ancora (dagli accessori ai giocattoli). Ognuna recita la propria parte in commedia avendo per stella polare l’interesse economico.

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Il tunnel della paura si chiama austerità

«Dacci il nostro debito quotidiano» di Marco Bersani pubblicato da DeriveApprodi

Sul debito è costruita la narrazione della paura collettiva, le politiche di tagli e austerità, l’espropriazione finanziaria dei beni comuni, la precarizzazione della vita e del lavoro. Per Marco Bersani, già fondatore di Attac Italia e del comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi, la «truffa del debito» è il cuore della politica dei dominanti, oggi considerata inevitabile come l’Ananke, il destino degli antichi greci. In un libro agile ed efficace come Dacci il nostro debito quotidiano (DeriveApprodi, pp.172, euro 12), Bersani smonta la retorica del «non c’è alternativa» e prospetta un orizzonte opposto: «Di fronte a chi vuole disciplinate il futuro con il debito – scrive – si tratta di riaprire l’orizzonte delle possibilità».

IL PRIMO PASSO per decostruire l’ideologia del debito consiste nel dimostrare che il debito delle banche private è stato trasformato in debito pubblico degli Stati che, a loro volta, lo hanno scaricato sui cittadini. Questo è accaduto in particolare con la crisi dal 2008 a oggi, di cui Bersani ricostruisce genesi e dettagli. Se ora il debito dev’essere pagato da chi non lo ha contratto, allora che i cittadini si approprino degli strumenti finanziari e politici che permettono di conoscerlo e decidere cosa farne. Lo strumento si chiama audit popolare sul debito, un primo esperimento è stato fatto dal movimento «Decide Roma» sul gigantesco debito che soffoca la Capitale.

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