Spogliare il corpo, vestire lo sguardo: un’analisi sulla mercificazione del corpo nel capitalismo

Cover Spogliare il corpo...“Da tempo il mondo possiede il sogno di una cosa, di cui non ha che da possedere la coscienza, per possederla realmente” scrive nel 1843 Karl Marx. E l’analisi in profondità sull’industria del nudo domestico e della “felicità” cui ci invita l’ultimo lavoro del professor Patrizio Paolinelli, edito da Bonanno, ci guida con grande acume analitico, e con tutte le connessioni dovute fra sovrastruttura culturale e struttura economica, dentro i meccanismi attraverso i quali il capitalismo produce “sogni”, di bellezza, di perfezione fisica, di successo e prestigio, attraverso i quali arriva a conquistare le coscienze, e quindi, per dirla gramscianamente, l’egemonia culturale e comportamentale nelle nostre società.

Con l’approccio metodologico del sociologo e dell’esperto di comunicazione, ma anche con una solida preparazione politica ed economica maturata a sinistra, il professor Paolinelli ci offre una chiave di lettura dell’industria del glamour e del nudo capitalista che, già dal titolo del libro (Spogliare il corpo, vestire lo sguardo. Il lavoro del nudo domestico) e dalla ricca documentazione che viene offerta al lettore, con approccio di concettualizzazione che parte sempre dal dato empirico e dall’esempio reale, ci invita a ragionare lungo tre macro componenti concettuali:

– l’analisi delle implicazioni economiche e di profitto dell’industria della felicità in sé, con tutto il suo indotto nel settore della medicina estetica, del marketing, della produzione di eventi, della moda, della stampa, della cinematografia, della televisione e della discografia, del turismo, ecc. Si conoscono molto bene i dati di fatturato dell’industria della cosmetica e della medicina estetica, che peraltro non sembrano conoscere nemmeno il morso della crisi economica in atto, e numerosi intellettuali e venture capitalists si stanno avventurando su un nuovo business di grandissime prospettive: l’ingegneria genetica utilizzata per manipolare ed abbellire l’aspetto fisico, secondo modelli che richiamano i più tetri incubi da Migliore dei Mondi di Huxley. Un’industria così promettente da essere considerata come uno dei settori più interessanti per far risalire il saggio di profitto medio dopo la crisi attuale, anche per le sue caratteristiche trasversali, ovvero le sue capacità di attivare pressoché tutto l’indotto del capitalismo terziarizzato e fortemente innervato di elementi finanziari delle economie del Primo mondo;

– l’analisi dell’impatto culturale dell’industria della felicità sul sistema dei valori, delle credenze, delle regole, che si traduce in un codice di comportamenti, di disciplina sociale, di modelli, che ha un significato che va molto oltre la semplice fruizione delle immagini del nudo domestico o della bellezza fisica, o anche del rapporto erotico fra uomo e donna, e diventa fattore di coesione sociale lungo strategie di massimizzazione del controllo capitalistico sull’individuo, fin nel più profondo delle sue pulsioni e dei suoi desideri. Dentro l’industria della felicità, ci mostra Paolinelli, lo stesso consumatore diventa co-produttore non retribuito, collaborando, con la sua attività immaginativa, di introiezione e proiezione dell’immagine di nudo o di glamour propostagli, ma anche con la sua attività di “imitazione” del modello di “corpo perfetto” offertogli, al successo del singolo modello, della singola attrice o cantante, della specifica campagna pubblicitaria o comunicativa. Azzerando così la distanza fra tempo di lavoro e tempo libero, e costruendo il sogno (per meglio dire, l’incubo) capitalistico di un tempo di vita interamente dedicato alla produzione di plusvalore. Ed al contempo, il sottile gioco fra disinibizione e pudore (senso del pudore che, come ci mostra il lavoro di Paolinelli, non viene affatto cancellato o relegato ad epoche lontane, ma utilizzato, in un rapporto dialettico continuamente rimodulato con l’industria del nudo domestico) tenuto in piedi dai produttori dell’industria della felicità, al pari del rapporto dialettico fra mercificazione del corpo femminile e paradigmi delle pari opportunità e del femminismo, anch’esso tenuto artificiosamente in piedi, contribuiscono a costruire un sistema di regole e disciplina sociale, tramite l’autodisciplina imposta sia al fruitore delle immagini, sia ai modelli che lavorano in tale industria. Sistema di regole che, in ultima analisi, facilita il controllo politico, soprattutto in una fase così turbolenta come quella attuale.

– un modello di mercato del lavoro che idealizza i fattori più deteriori di precarietà, instabilità, competizione, elevandoli a valori. La modella o il modello, la rock star trasgressiva, come Madonna o Lady Gaga, l’atleta che, oltre che competere nell’agone sportivo, esibisce il suo corpo nelle campagne di marketing o a beneficio della stampa scandalistica, diventano infatti esempi di “precari di successo”. Gente che ha dovuto affrontare un mercato altamente competitivo, offrendo una merce per definizione rapidamente deperibile (la bellezza fisica), con contratti a tempo e precari, e l’esigenza di dover trovare continuamente un nuovo contratto, e dovendo saper fare più mestieri contemporaneamente (l’atleta deve anche saper fare il modello o l’attore pubblicitario, la cantante deve anche saper ballare ed esibirsi in show erotici o nel burlesque, ecc.). Il paradigma del precario che arriva al successo delle luci della ribalta ed alla ricchezza, dell”imprenditore di sé stesso”, attraverso il quale il capitalismo ha reso socialmente e culturalmente accettabile la destrutturazione del mercato del lavoro (chi non ricorda Monti che criticava il posto fisso perché noioso). Evidentemente, sulle pagine patinate dell’industria del glamour, il sangue che è scorso, facendo migliaia di vittime e falliti, per ogni modella o cantante che ce l’ha fatta, viene perfettamente occultato e lavato.

Emerge dalla lettura del volume del Paolinelli un amaro senso di deprivazione, la sensazione di essere stati violentati sin nel più profondo della nostra natura umana.
Emerge un capitalismo selvaggio che ha elaborato una filosofia dell’uomo come prodotto infinitamente malleabile e manipolabile, non solo nell’aspetto fisico, ma anche nel sistema dei valori e persino dei sentimenti (perché, come ben mostra il nostro autore, l’industria della felicità ha bisogno anche di manipolare i sentimenti che legano il consumatore di immagini ai suoi modelli). Un essere umano non differente da una billetta di acciaio, che può essere laminata e profilata a piacere. E che non risparmia nessuno, perché le esigenze di segmentazione del mercato finale impongono al marketing della felicità di coinvolgere le persone dall’aspetto fisico non gradevole o oramai anziane (ed ecco che vengono lanciate le campagne per le modelle “oversize”, o per le “mamme italiane”, o ancora per modelle ultrasessantenni – verrebbe da pensare al Ministro Giannini che esibisce il topless nelle spiagge italiane, di cui tanto i nostri rotocalchi hanno parlato).

Un tendenza che non risparmia, a ben guardare, nemmeno la Chiesa, che finisce per fare la controparte dialettica di una industria del corpo sorta, nella sue radici, nella cultura della liberazione personale del Sessantotto, perfettamente integrata dentro le logiche capitalistiche. Chiesa che, peraltro, appare essa stessa coinvolta dentro le logiche della comunicazione globale capitalistica, e che quindi “usa le armi del nemico”, risultando inefficace, perché, anziché ri-costruire una cultura della dignità e della non mercificazione della persona, parla il linguaggio del pudore che, come detto, viene mantenuto in vita per esaltare e rendere ancora più stuzzicante la trasgressione prefabbricata offerta dall’industria dell’immagine.

Un capitalismo che, in questo modo, ci priva della nostra identità più profonda, ci priva del diritto di essere umani, e non bronzi di Riace in carne ed ossa ad uso e consumo dell’industria del bello, e che parte da un presupposto del tutto materialistico dell’uomo. Un materialismo gretto, non certo di tipo marxiano (che pone attenzione estrema allo sviluppo culturale e spirituale dell’uomo) ma di tipo ingegneristico e produttivistico. E che forse sta iniziando a mostrare le corde: alcuni esempi di “nuove tendenze” dell’industria del nudo domestico, come il “bottomless”, non sembrano in grado di indurre rivoluzioni culturali e del costume durevoli e storiche (come ad esempio quella della minigonna degli anni Sessanta).

Segno di un inizio di affaticamento dell’industria del bello, di una tendenza verso un futuro esaurimento delle nicchie di mercato, in termini di stimolo all’immaginazione di fasce di consumatori ancora libere e sfruttabili? Oppure segno di un ritorno del pendolo verso il moralismo (come sembra indicare anche il ritorno di fiamma di motivi legati al fondamentalismo religioso o alla valorizzazione della famiglia tradizionale nell’agone politico dei Paesi occidentali) magari per ri-disciplinare società al bordo della perdita di legami di coesione a causa della prolungata crisi economica, che potrebbe, alla lunga, anche finire per incrinare l’aura di “esemplarità” e potenziale “raggiungibilità” dei miti patinati costruiti dall’industria del nudo domestico, per cui si potrebbe tentare di rivitalizzare i paradigmi tradizionalisti di epoche storiche meno opulente di quella attuale?
E’ ancora presto per dirlo. Il libro, da leggere, ci offre alcune chiavi per interpretare ciò che potrà avvenire nel prossimo futuro.

Riccardo Achilli, 23 agosto 2014.
http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/2014/08/spogliare-il-corpo-vestire-lo-sguardo.html?spref=fb

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